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Le cose in cui si vive

Cinque giorni con i Motus (e con sedici ventenni)

All’Arboreto di Mondaino. Per la prima volta, il teatro dimora è pronto per ospitare il lavoro laboratoriale. Sedici ragazzi fra i diciotto e i ventisette anni, che occupano due case disperse fra i boschi. Colazione, pranzo e cena in comune. Pietanze in quantità “famiglia allargata”. Dopo-cena interminabili, euforici e deliranti. Letti a castello e turni per il bagno. Esistenze individuali che si incrociano. Alcune sfiorandosi appena, altre alterandosi vicendevolmente.
Appuntamento ogni giorno alle 15 al teatro dimora. Il lavoro si protrae fino alle 20, almeno. Mattina libera, ma con le porte del teatro aperte per mettere a punto i “compiti” assegnati nella giornata di lavoro precedente.

Alcune modalità e dinamiche, quelle che ci sono rimaste più impresse, scelte fra le molteplici sperimentate da Motus nei giorni all’Arboreto.

Mini-pre-glossario

ESERCIZIO
Per Motus, nessun esercizio viene affrontato come un momento scollegato dal lavoro dell’intera giornata. Esiste una linea principale che attraversa tutte le fasi del lavoro del giorno, e gli “allenamenti” sono studiati in base all’esigenza globale. Inoltre, potremmo affermare che gli esercizi non sono mai momenti individuali: l’attore non lavora da solo, sperimentando le consegne date, ma è sempre all’interno di un flusso. Tutti gli attori si inseriscono gradualmente nella situazione creata, andando a costruire un meccanismo complesso. Ogni esercizio, quindi, va immaginato come se fosse un’ipotesi di performance in miniatura, dove ogni partecipante costituisce, al termine del lavoro su una precisa metodologia, un componente insostituibile di un macchinario scenico autonomo. Ciascun esercizio viene “messo in scena” da Motus, attraverso un accurato uso della luce, dei suoni e della cinesica. Ipoteticamente, quando un esercizio raggiunge la sua fase più matura, ovvero quando è stato assimilato pienamente dagli attori, esso sarebbe pronto per essere mostrato a un pubblico.

IL “CERCHIO MAGICO”
Uno dei concetti fondamentali sui quali si basa il metodo laboratoriale di Motus, è il dialogo. Si forma un cerchio, composto da tutti partecipanti e da Motus. Solitamente, esso viene convocato all’inizio e alla fine di ogni seduta di lavoro.
Nel primo caso, Motus spiega quali saranno gli obiettivi del giorno, e attraverso quali mezzi (esercizi, azioni preparate dagli attori autonomamente o in gruppi ecc.) si tenterà di raggiungerli. Gli attori potranno fare domande ed esporre dubbi preliminari, e il lavoro non inizierà sino al raggiungimento di una totale comprensione delle tracce proposte.
Nel secondo caso, il cerchio si raduna per discutere sull’esito del lavoro collettivo, quando una metodologia è stata assimilata e diviene necessario svoltare pagina. A questi momenti, che occupano una cospicua parte del lavoro laboratoriale, viene riservata un’attenzione particolare. Si discute sul perché una determinata scena è stata affrontata in quel modo, su come sarebbe stato possibile renderla in maniera più soddisfacente, sui motivi che hanno spinto un attore a adottare una precisa scelta piuttosto che un’altra. Motus ascolta, a turno, le voci di tutti, in modo da avere un quadro chiaro di ciò che pensa il gruppo. Infine, si riserva di fornire qualche consiglio, insistendo molto sul fare attorico concreto (vedi voce successiva).
Discussione e riflessione comuni, dunque, rappresentano elementi imprescindibili.

INDICAZIONI, ISTRUZIONI, CONSIGLI

Introducendo un esercizio o assegnando la costruzione di azioni sceniche per la giornata successiva, nel metodo di Motus emerge la caratteristica di fornire indicazioni sfuggenti, accennate, a tratti vaghe. Motus non impone agli attori cosa fare e come farlo, ma propone molti stimoli sfumati, tracce, idee generali. A partire da alcuni input che occorre rispettare, i partecipanti vengono lasciati liberi di costruire i propri materiali, di proporre le proprie visioni.
Autonomia creativa
, in altre parole.
Nell’esaminare i materiali che gli attori propongono, Motus si muove su una linea dell’ascolto: una volta visionata la proposta del singolo o del gruppo, Motus esprime le sue opinioni sul lavoro, evitando di interrompere o correggere in corsa.
A ogni partecipante, singolarmente, vengono dati consigli sulla tecnica attorica, sulla presenza scenica e su come ottenerla. Motus traccia quasi delle ipotetiche strade, degli spunti per il lavoro futuro di ognuno: starà poi ai singoli decidere che uso fare di tali riflessioni.

1_ “Presentazione” (agli altri di se stessi)
Quattro postazioni sulla scena. Sul fondo, una lampada da esploratore per illuminarsi parti del proprio corpo. Sui lati, due microfoni: uno servirà per recitare un pezzo a memoria, tratto da un testo importante per la propria adolescenza (era una delle consegne impartite ai selezionati prima di venire all’Arboreto); l’altro amplificherà le seguenti tre frasi:“ Io sono… il mio pittore preferito è…. Non so nulla di….” (ogni partecipante, mantenendo fissa la struttura, completerà le frasi in modo libero). Sempre sul fondo, una sedia: al termine delle tre stazioni precedenti, ci si andrà a accomodare su di essa.
Appena uno dei partecipanti arriva al primo microfono, un altro prenderà il suo posto alla lampada, dando così inizio a un ciclo. Quando una persona si è seduta, attenderà l’arrivo di un’altra e abbandonerà il flusso. Al termine di un primo giro di tutti partecipanti, l’esercizio viene (o può venire) ripetuto.
Dopo alcuni primi approcci stentati, dove le regole dell’esercizio non erano ancora chiare per tutti, i partecipanti si inseriscono con sicurezza nel meccanismo. Al termine, potrebbero essere capaci di ripeterlo a occhi chiusi.

2_ “ Racconto di adolescenza”
Al termine della prima giornata di lavoro, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò assegnano un compito ai ragazzi per il giorno successivo: preparare una breve azione (e mostrarla agli altri) che sia legata a avvenimenti, materiali e sensazioni dell’adolescenza. Si possono usare vestiti, testi scritti, canzoni, racconti ecc. Viene lasciata totale libertà di esecuzione, insistendo solo un fattore: sono richieste la sinteticità e l’astrazione.
Il giorno seguente, ognuno presenterà l’azione al pubblico e, al termine, spiegherà ai suoi compagni-spettatori il contenuto delle azioni che ha deciso di mostrare.
Ogni azione, una volta eseguite tutte, viene discussa e esaminata da Enrico e Daniela, che rilevano le loro perplessità e sottolineano i passaggi che li hanno convinti.
Solo in questa fase, i due Motus chiariscono cosa intendevano quando avevano richiesto “astrazione”: fornire elementi di un’azione senza interagirvi, lasciarli depositare; lavorare utilizzando simboli e indizi, materiali che non possiedano un significato immediatamente riconoscibile.
A titolo di esempio, segue una brevissima descrizione di una delle azioni proposte.
Spazio pressoché vuoto. Rimane, come sempre, la panchina al centro. Tre “fondali” di plastica trasparente delimitano lo spazio performativo, scendendo dal soffitto. Un ragazzo, solo, si aggira per la scena. I suoi gesti sono tranquilli, lenti. Non succede nulla, si ha l’impressione di “normalità”. Dopo avere passeggiato un po’ qua e là, all’improvviso, l’attore scatta fulmineamente verso una dei fondali, e vi si getta contro. La plastica, insieme con l’attore, cade a terra formando un unico appallotolamento. Fine. Erry Sansonetti, autore della sequenza, ci spiega che voleva rappresentare una grave incidente nel quale è stato coinvolto da ragazzo.

3_ “Sodoma e Gomorra” (*)
Spazio suddiviso in varie zone specifiche, ognuna con il suo significato preciso. Sulla sinistra, un tulle bianco con di fronte una panchina. Sul fondale formato da un altro velo, una seconda panchina con un’alta pianta in un vaso. Nella parte destra, un microfono e una sedia, mentre al centro lo spazio è occupato da un materasso. Una delle panchine rappresenta l’attesa di Malcolm, il personaggio dell’omonimo romanzo di J.Purdy sul quale Motus sta lavorando in questo laboratorio. Il microfono può essere usato per cantare, il materasso per cambiarsi d’abito, l’altra panchina per dare vita ai propri ricordi adolescenziali. C’è anche un registratore a cassette, che i ragazzi possono utilizzare per diffondere musiche (sempre legate all’adolescenza).
Istruzioni: entrare nello spazio, contaminarlo con un proprio progetto, collocarsi su di esso come fosse una scacchiera. Massima libertà di azione e proposizione. Vedere, in un lasso di tempo non delimitato a priori, quello che accade.
Che accade?
Primi tempi di stallo. Periodo iniziale di timore. Poi: ritorno al magma, alle pulsioni adolescenziali. Pensieri oscuri accantonati, cancellati, che ritornano. Emersione seppure con confusione. L’energia primordiale di sedici post-adolescenti, regressione collettiva che rifiuta, spesso, la cognizione. Grida, corse sfrenate, corpi nudi che si contorcono. Uno, quasi completamente svestito, corre per tutto lo spazio, si accaparra il microfono e comincia a urlare come un ossesso, sputando frasi che vengono criptate dalla foga; un altro rimane in slip e comincia una bizzarra danza sul posto, si avvicina alla panchina, si toglie anche l’ultimo indumento e da inizio a una sorta di gioco di corteggiamento con una delle piante. La prende, la accarezza, vi si sdraia a fianco, assumendo pose che paiono da composizione astratta. Nel frattempo, sul materasso, mentre una delle ragazze sta sdraiata e pare lamentarsi di dolore, due le si avvicinano, andando a posizionarsi ai lati opposti del giaciglio. Iniziano ad accarezzarsi, a strofinarsi, si baciano, si abbracciano. Intanto, qualcuno si avvicina al microfono comincia a intonare gli Offspring o gli Smashing Pumpkins, come se il marasma che sta attorno non contasse nulla…….
Un piccolo affresco fugace di come si era fino a dieci anni prima: qualcuno si aggira in branco, altri leggono da soli, altri ancora esprimono la loro gioiosa voglia di mostrarsi.
Cerchio finale. Enrico e Daniela: la libertà lasciata era un elemento intenzionale. Senza avere detto “come si fa”, aspettare e vedere se e come può venire fuori qualcosa. Occorre maggiore attenzione: cercare di tenere presenti i confini del sottile filo che separa la presenza reale, “l’essere lì”, dalla aneddotica, la rappresentazione di superficie.
(* titolo imposto dall’uso comune che si è affermato nei giorni di laboratorio)

4_ “Svelamento”
L’esercizio che ha concluso Io vivo nelle cose. Due file di cuscini, sulle quali si posizionano i ragazzi inginocchiati. Le persone su uno dei lati sono coperte da un velo. Le persone scoperte iniziano a accarezzare, sfiorare, stimolare quelle velate. Quando chi è scoperto lo riterrà opportuno, toglierà il velo al suo compagno e gli sussurrerà nell’orecchio: “Apri gli occhi, e guarda chi ti guarda”. A questo punto lo svelato aprirà gli occhi, dopo avere coperto chi ha di fronte si alzerà, e andrà a ripetere lo svelamento andandosi a posizionare davanti a una delle persone che, nel frattempo, attendono che il ciclo continui. Non ci sono limiti di tempo, l’esercizio dura fintanto che si mantiene uno stato di scambio energetico fra i presenti.
Lavoro finale, molto simile alla lentezza e solennità di un rito (“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” ≈ “Apri gli occhi e guarda chi ti guarda”). Movimenti che divengono naturalmente ieratici. Scavo alla ricerca di sensazioni primarie: chi agisce ha appena subito una stimolazione sensoriale. Catena dove tutti stimolano, quasi in contemporanea, tutti. Corpo unico che si muove, si tocca e reagisce all’unisono. Esplorazione dell’altro tramite il contatto fra superfici corporee: coinvolgimento che aumenta, va in profondità, abbacina. Molti piangono.
Più di un’ora di svelamento. Chi non partecipa (Motus e lo scrivente) ride, si diverte, interpreta, si affascina, si addormenta: ma non si annoia.



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