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Domenica
19 dicembre. Mezzogiorno circa. Il Laboratorio Io vivo nelle cose vedrà
oggi il suo ultimo giorno di lavoro. In giro per i boschi dell’Arboreto,
i ragazzi, suddivisi in gruppi, proporranno alcune azioni che la videocamera
dei Motus andrà a spiare. Appuntamento alle 13 nella foresteria,
pranzo insieme e organizzazione del pomeriggio di riprese. Incontriamo
Enrico Casagrande e Daniela Nicolò negli uffici dell’Arboreto,
alla ricerca di qualche lampo di senso per capire questo oggetto anomalo
e fuori formato: il laboratorio.
Che cos’è un laboratorio per i Motus? In quale punto del
vostro percorso artistico potreste collocarlo? E, più nello specifico,
che posto occupa all’interno di un preciso progetto, come questo
sull’adolescenza?
Enrico Casagrande
Il senso di un laboratorio sta, prima di tutto, nel rifuggire una visione
elitaria di teatro per aprirsi, condividendo un percorso con persone molto
più giovani di noi. Per quanto inesperti, i ragazzi che incontriamo
hanno tutti una loro idea di teatro: ci interessa confrontarci con questi
modi di vedere, conoscerli, evitando di rinchiudersi in un’“isola”
che non comunica con l’esterno.
Un altro aspetto che vorrei sottolineare, è che il laboratorio
è un momento di grande “fatica”… quasi il momento
più faticoso di tutto il nostro processo creativo! Sembra una banalità
ma non è così. Per scelta, a differenza di molti altri,
noi non abbiamo creato un nostro linguaggio laboratoriale: non ci è
mai capitato di fare un laboratorio uguale all’altro. I laboratori,
per Motus, si inseriscono sempre all’interno di progetti più
ampi, che di solito arrivano alla costruzione di uno spettacolo. Sono
momenti di comunione con le persone che incontriamo. Sono un arricchimento.
Non c’interessa proporre laboratori staccati dai nostri progetti,
né tantomeno utilizziamo questa forma di incontro per aumentare
le nostre entrate.
Daniela
Nicolò
Per quanto riguarda la collocazione del laboratorio in relazione a un
determinato progetto, direi che si tratta sempre della sua fase iniziale.
Di solito, i laboratori sono un banco di prova per sondare idee e dinamiche
che, fino a quel momento, si trovavano su un piano teorico. I ragazzi
che incontriamo sono i primi “corpi” che si rapportano, concretamente,
alle idee ancora generiche che stanno alla base del progetto. Ovviamente,
non si tratta di usare le persone come cavie… speriamo sempre di
instaurare un rapporto di scambio con chi frequenta i nostri laboratori.
Per darti un esempio concreto, il nostro ultimo laboratorio, era stato
fatto all’inizio del progetto su Pasolini. In quel caso, senza avere
la minima idea di quello che sarebbe stato lo spettacolo, ci siamo ritrovati
a lavorare a lungo sulla poesia “I miei piedi nudi”.
Senza avere, ripeto, nessuna idea precisa sul futuro spettacolo, sentivamo
di dover scavare dentro quelle parole e sulla condizione del camminare.
Il fatto curioso è che, a pochi giorni dal debutto de L’ospite
a Rennes, eravamo in una situazione di crisi, di stallo… non riuscivamo
a trovare quel “filo rosso” che attraversasse lo spettacolo.
Allora ci è tornata in mente la poesia, il materiale dal quale
eravamo partiti, e che avevamo messo da parte. Ci siamo resi conto che
le parole di Pasolini sarebbero potute divenire il filo conduttore che
cercavamo: da quel momento, infatti, accompagnano le immagini di Dany
(Dany Greggio, storico attore della compagnia, N.d.r), mentre cammina
nel deserto.
Anche con Rooms il laboratorio è stato fondamentale: abbiamo
lavorato per un periodo di tempo molto lungo, arrivando a un’ipotesi
di messa in scena finale itinerante che creasse tante “room”
nello spazio. Anche in quel caso, la stanza d’albergo che poi ci
sarebbe servita per lo spettacolo,
non era stata ancora costruita: il lavoro laboratoriale aveva anticipato
una modalità che poi sarebbe divenuta decisiva nella costruzione
del progetto.
E.C.
Nel caso di Rooms, vorrei aggiungere, ci è capitato di incontrare
alcune persone che poi sono entrate a far parte come attori del collettivo
Motus. Il laboratorio riesce a essere un momento di osservazione molto
intimo e libero, dove si riesce a evitare lo stress del provino, per esempio.
Chi vi partecipa, inoltre, sa che può capitare che noi li coinvolgiamo
per nostri progetti, però senza che questo sia un obbligo. È
una forma che ci piace molto per scegliere nuovi attori, anche se non
è l’unica.
Una
piccola provocazione: parlando di laboratori, si sente spesso dire che
molti li inseriscono nel loro lavoro con il solo scopo di “rubare”
idee, materiali, visioni che poi saranno utilizzati all’interno
degli spettacoli. Evitando di considerare il concetto di “furto
artistico” solamente in un’accezione negativa, vi sentite
di affermare che questa è una modalità utilizzata da Motus?
E.C.
Direi di no. Il concetto di furto di cui tu parli non può appartenerci.
Noi utilizziamo un modo diverso di affrontare la materia: gli spettacoli,
di solito, sono costruiti addosso al “materiale attorico”
che possediamo… adattare idee che abbiamo preso altrove sui nostri
attori non sarebbe possibile.
D.N.
Se proprio volessimo utilizzare il verbo rubare, si può dire che
ci è capitato di rubare delle persone! Nei laboratori può
succedere di incontrare attori che propongono linguaggi personali talmente
interessanti, che l’unica cosa che possiamo fare è “rubarli”
integralmente, vale a dire chiedere loro di entrare in compagnia.
È quello che è successo con Eva Geatti nel progetto Rooms,
per esempio.
Per tornare a quello che diceva Enrico, spesso ci capita di lavorare con
i nostri attori utilizzando l’improvvisazione… sarebbe dunque
assurdo che chiedessimo loro di sfruttare materiali che hanno “trovato”
altri.
Discorso leggermente diverso, invece, per quanto riguarda situazioni,
dinamiche, equilibri fra le persone… in questi casi, può
capitare che qualcosa che è emerso nei laboratori ci fornisca lo
spunto per il lavoro per gli spettacoli.
Per stare nello specifico di questo lavoro qui all’Arboreto, devo
dire che sono venuti fuori molti spunti interessanti, che lasciano intravedere
delle potenzialità reali in questo gruppo di persone. Abbiamo utilizzato
spesso una panchina in scena, facendola divenire un punto di riferimento
obbligato… è stato interessante rilevare come ognuno abbia
trovato il suo modo specifico di rapportarvisi. Proprio in relazione a
questo discorso dei rapporti fra persone e persone, e fra persone e spazio,
penso che quello che abbiamo sperimentato qui potrà essere un materiale
di lavoro per il futuro.
Dato
che la vostra esperienza nei laboratori è ormai pluriennale, mi
piacerebbe sapere in base a quali parametri potete affermare che un laboratorio
è “qualitativamente” riuscito. Oppure, al contrario,
se vi sia mai capitato di terminare un laboratorio avendone tratto poco
o nulla di valido.
D.N.
Ovviamente, dato il numero elevato delle persone con le quali abbiamo
lavorato negli anni, non possiamo dire che non ci siano state delle differenze
tra i vari laboratori. Piuttosto che di riuscita generale, parlerei di
diversi gradi di coinvolgimento da parte dei singoli. Ci sono state occasioni
in cui alcune persone ci seguivano e erano totalmente prese dal lavoro,
mentre altre rimanevano un po’ in disparte… può capitare
che ci siano questi “dislivelli”, che non ci sia omogeneità
nell’entrare nel lavoro che proponiamo.
E.C.
Sono d’accordo. E’ un aspetto che si è presentato anche
qui all’Arboreto, per quanto il lavoro emerso ci abbia soddisfatto.
Penso che la causa principale di queste disomogeneità sia ricercare
nell’elevato numero di partecipanti: maggiore è il numero
di linguaggi personali messi in campo, maggiori diverranno le difficoltà
per uniformare il tutto in un vocabolario comune. In futuro torneremo
a una quantità più limitata: forse un gruppo “ideale”
è composto da non più di dodici persone.
D.N.
Per io vivo nelle cose, avevamo tentato di selezionare le persone che
avessero meno esperienza teatrale possibile, in modo da avere un gruppo
abbastanza omogeneo.Ci interessava conoscere dei modi di fare estranei
ai canoni teatrali.
Purtroppo, non è stato possibile soddisfare in pieno questo proposito.
Se avessimo scartato tutti coloro che avevano già fatto teatro,
forse non avremmo neppure raggiunto il numero minimo per potere fare il
laboratorio…
Questa semplicità assoluta, questo stare in scena senza sottolineature,
questa “purezza”, sono tutti aspetti su cui ci interessava
lavorare e che approfondiremo in futuro… ma, attenzione, senza dare
a essi alcuna caratterizzazione di qualità! In questo caso, qui
all’Arboreto, erano semplicemente gli elementi che volevamo sviluppare.
Ultima
domanda, di rito. Perché avete deciso di proporre un laboratorio
sull’adolescenza?
E.C.
Prima di tutto, va detto che il nostro percorso artistico sta facendo
i conti proprio con l’adolescenza. Siamo all’inizio di un
nuovo progetto, ALTOFRAGILE. Periferie e adolescenze. Per questioni
anagrafiche, si tratta di un periodo che è piuttosto lontano dai
nostri vissuti personali. Ci premeva capire che tipo di ricordo potesse
avere dell’adolescenza qualcuno che ne fosse da poco uscito, come
i ventenni di Io vivo nelle cose. Cosa significa, poi, essere
stati adolescenti negli anni ’90? Anche la curiosità verso
questa domanda ci ha spinto ad approntare questo lavoro a Mondaino.
D.N.
Come dicevamo prima, questo laboratorio è una prima entrata, un
primo generalissimo avvicinamento verso la condizione dell’adolescenza.
In futuro speriamo di limitare molto il campo, fino a individuare, forse,
una precisa tematica al suo interno. A tal proposito, abbiamo già
in mente alcune idee e alcuni autori che ci serviranno nel futuro di questo
progetto
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