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BAMBINI una produzione Le belle bandiere Rrose Sélavy l'arboreto PerCorsi fra arte comunicazione natura - mondaino prima nazionale 33° festival Santarcangelo dei Teatri 8-9 luglio 2003 progetto di Claudio Ballestracci Elena Bucci Davide Reviati Associazione culturale Rrose Sélavy (Simona Capra, Angela Gorini, Simonetta Piscaglia, Sabrina Raggini) regia e drammaturgia Elena Bucci installazioni Claudio Ballestracci dipinti Davide Reviati cura Rrose Sélavy con Elena Bucci accompagna Stefania Bettuzzi alla fisarmonica Andrea Agostini luci e suono Giovanni Belvisi per Cosabeat registrazioni e elaborazioni sonore Raffaele Bassetti collaborazione tecnica Gianfranco Casadio con l'aiuto di Rosario Telesca progetto grafico del quaderno Bambini Stefano Tonti riprese e montaggio video VACA (vari cervelli associati) e Paolo Mantelli |
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Bambini Questo progetto nasce all’apparenza da un incontro casuale, ma la sua sostanza e la sua forza inducono a pensare, ancora una volta, che il caso non esista. Angela, che fa parte di quell’attenta e sollecita associazione che è RoseSelavy, porta Claudio nella tana di Davide Reviati, che sta lavorando da tempo e in solitudine su misteriosi piccoli ritratti il cui fascino ci spinge a farne il fulcro di un nuovo progetto: Bambini. Il mistero, la solitudine e le domande inespresse che i ritratti emanano, ci trasportano emotivamente in quel paradiso inquieto e doloroso dell’infanzia, che non possiamo e non vogliamo dimenticare e al quale ci rivolgiamo spesso, anche senza volerlo, per intravedere, attraverso e nonostante il tempo, ciò che siamo, siamo stati e potremmo essere ancora. Il luogo è una colonia, ancora attraversata da storie di bambini. Il suono è una musica di passi, voci, risate, campanelle. Il percorso è segnato da molti leggii, nei quali sono racchiusi volti e visioni. I segni indicano l’esistenza di un labirinto di molte possibili vite, vere o immaginate. Passare del tempo qui, è per me un esercizio a restare aperta e curiosa nonostante le molte e prepotenti sollecitazioni di un modo di essere di adulti che mi appare spesso crudele, immemore e insensato. Voglio raccontare un gioco:quando mi trovo davanti qualcuno di antipatico, rigido, incomprensibile, cerco di vederlo spaurito e misterioso, proprio come i bimbi creati da Reviati. E non posso non sentirlo vicino, non provare tenerezza, non comprenderlo. Attraverso il ricordo, la lettura dei molti che hanno scritto del mistero dell’infanzia, e la mia scrittura, cerco un modo di muovermi e parlare che abbia la discrezione dell’assenza. Elena Bucci |
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del
mistero e dell’innocenza La naturalezza e la forza che muove Rrose Sélavy verso questo progetto è l’incantamento di un incontro, la ricchezza di uno scambio di sensibilità e identità. Prestare attenzione e cura alle idee, alle parole e agli altri è necessario. Essere perseveranti al pensiero, non abbandonarsi alla superficie, alla banalità dilagante, alla fretta dei tempi. L’arte considerata come lusso lascia qui il posto all’idea di salvezza grazie al gesto del fare Anima. Volgere lo sguardo all’infanzia fa dimenticare l’assurda follia, l’insensata sete di potere degli adulti, porta una voce alla semplicità, accompagna le nostre solitudini, sottolinea l’importanza dell’ ascolto, della carezza. Nel nostro viaggio intorno alla crescita c’è sempre la possibilità di svoltare, di cambiare direzione nel desiderio che ogni gesto abbia un sapore massimo, un’energia da consegnare all’altro. Ci sono ritratti che chiedono ciò che tentiamo di dare. Ci sono piante che nascono da libri suggerendo un processo della conoscenza che si allunga verso un sapere lontano, dalla scuola o prima. Ci sono parole che dai piccoli imperativi, dalle imposizioni di gesti educati si traducono in un codice che ci accompagnerà nella vita. Gesti della ripetizione che lasciano il segno in piccole grandi menti ricettive. Questo progetto ci assomiglia, è fragile e impaurito come può succedere ai bambini. Ma tutti noi, già bambini, sappiamo di quanta forza e coraggio siamo capaci. Forse è solo un gesto d’amore quello che ci fa portare per mano questa azione, sospingerla per poi lasciarla. Poter vivere nel mistero e nell’innocenza con consapevolezza e indulgenza è l’augurio che facciamo a tutti gli adulti che incontreranno Bambini. Rrose Sélavy |
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II
bambini dipinti di Davide Reviati sono pagine di diario privato della
parola o album dell’inconscio dipinto, figure in esilio consegnate ad un irreversibile oblio che, come apparizioni notturne ritornano a suggerire una solo apparente rimozione, occhi che guardano occhi, mistero di un piccolo te stesso infante che sta lì davanti a te e ti osserva, silenzioso e impassibile. I bambini sono innocui, sono contenuti nella trama rassicurante di una pagina di quaderno, posizionati su leggii sotto il cerchio di una lampada, ma entrando nel perimetro di luce si rischia di incrociare il loro sguardo immobile e, come per gli automatismi dell’olfatto, ci ritroviamo a visitare dimenticate regioni dell’anima. Una serie infinita di cerchi di luce che sì perdono sulla linea d’orizzonte di un corridoio, costellazione d’anime occhieggianti scandiscono un percorso lento e notturno sprofondando nel ventre ampio di una colonia balneare in disuso, recondite planimetrie a ritroso dove il buio avvolge le immagini come liquido amniotico, rassicurante, materno. Nell’aula, evocata in sogno, si muovono immobili gli inchiostri, tracce primordiali, essenza incerta di un disegno o di una scrittura elementare, osservata forse attraverso la luce di una nascita, così come si guarda una pellicola radiografica, nella convinzione vana dell’esistenza di una traccia nascosta, visibile solamente per l’artificio dei lumi e della vegetazione che cresce ovunque; qualcosa di potente come solo il mistero radioso della natura sa fare. La pancia del vecchio rudere, facile metafora di una memoria storica sembra essere tutt’altro che morta, i cotiledoni si aprono e forniscono nutrimento alle minuscole piantine che ora affondano le loro radici fra le acquatiche pagine dei quaderni, qualcosa che nasce, spinge fuori lingue sottili di verde foglia, regala questo esistere come bacio senza legame, estremo, luminoso, lasciando poi un ambrato di foglia pergamena come unica testimonianza, qualcosa di vertiginosamente spietato e altrettanto affascinante per irreversibile precarietà. Claudio Ballestracci back to top |
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