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Carlo Lotti Quando si giocava a far giocattoli La Pieve Poligrafica Editore Villa Verucchio 2003. Questo di Carlo Lotti non è stato pensato come libro né è la trascrizione di una ricerca scientifica. Nulla di pedagogico, didattico lo muove. E’ un sogno! E’ un gioco. E Carlo, per gioco, tornando bambino, si è messo a fabbricarli i “bilin” di un tempo. Generoso e allegro ce ne fa partecipi. Come sua abitudine spiega, disegna, è chiaro. |
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la
pipa magica Del primo giocattolo che presento non so il nome esatto: mi pare “pipa magica” o “pallina volante”. Ho voluto cominciare con questo giocatolo, che è rappresentato anche nella foto di copertina, proprio perché lo avevo definitivamente cancellato dalla memoria. L’ho poi “ritrovato” circa un anno fa in un sogno. Poi mi sono ricordato che ne aveva costruito uno mio fratello Silvio quando ero molto piccolo. Non ricordavo neppure che dimensioni avesse, ma facendo alcune prove sono riuscito a farlo funzionare. Parlando con un mio amico abruzzese, poco tempo fa, ho scoperto che anche lui da piccolo aveva avuto questo giocattolo: la televisione non c’era ancora, i libri sui giocattoli non erano tanti, eppure gli stessi oggetti si trovano in luoghi tanto distanti fra loro. Un giocattolo basato sullo stesso principio della “pipa magica” si trovava nelle bancarelle dei giocattoli negli anni ’50 e ’60: era una specie di pipa con un filamento metallico a forma di imbuto all’interno del quale volteggiava una pallina di celluloide o di spugna. Per la sua costruzione si utilizza un ramo di sambuco del diametro di 3-4 cm. ed una canna sottile. Dopo aver tagliato il ramo di Sambuco della lunghezza di circa 10 cm, lo si svuotava del midollo mediante un pezzo di ferro o con un bastoncino, con un po’ di attenzione si riusciva a svuotarlo facendo fuoriuscire il midollo tutto intero (vedi disegno). Si praticava un foro laterale e vi si inseriva la canna, poi con lo stesso midollo si chiudeva la parte inferiore della pipa. La pallina si ricaricava dal midollo di un sambuco avente un diametro interno grande, oppure con della balsa. Veniva usata anche una “galla” secca, ma bisognava in tal caso soffiare molto forte (oggi si potrebbe utilizzare un pezzetto di polistirolo). Si appoggiava la pallina sull’imboccatura della pipa soffiando dolcemente e controllando l’intensità del soffio. La pallina si librava nell’aria e seguiva anche gli spostamenti del giocatore, se fatti con una certa uniformità e lentezza, destando stupore nei più piccini. l’arco con le frecce E’ un gioco che tutti conoscono ma affinché si possa ottenere un buon tiro è necessario utilizzare, sia per l’arco, che per la freccia, i materiali giusti. Per realizzare l’arco si utilizza un ramo poco nodoso, poco rastremato, cioè di spessore uniforme. Il ramo ideale era quello di orniello, ma si utilizzava anche il carpino, il sanguinello o altra pianta purché avesse le caratteristiche sopra descritte e fosse abbastanza flessibile. In realtà doveva essere flessibile, ma non troppo, per cui si preferiva usare rami recisi da qualche settimana. Si praticavano due piccole incisioni alle estremità dell’arco dove poi si annodava la cordicella di carica. Ne l fare questa operazione si provvedeva a ricurvare l’arco, insistendo maggiormente dalla parte di maggior spessore del ramo. La freccia era ricavata da un ramoscello lungo, sottile e liscio (generalmente si usava il sanguinello oppure una semplice canna) nella cui base si ricavava un uncavo a forma di V per il posizionamento della cordicella di carica. Di solito non si usava l’arco per fare il tiro al bersaglio ma semplicemente per gareggiare e fare i lanci più lunghi. Il tiro al bersaglio veniva fatto invece con un altro tipo di arco, cioè quello realizzato con le stanghette di un ombrello fuori uso. Era un gioco che facevano i ragazzi più grandi, in quanto pericoloso. Sia l’arco che la freccia erano ottenuti con lo stesso materiale. La freccia veniva appuntita perché doveva infilarsi nel bersaglio di legno. Dalla parte opposta, per poter ancorare la freccia allo spago, si rompeva la stanghetta in due in corrispondenza del forellino pre-esistente. |
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il
frullino (volano con filo) Generalmente per questo giocattolo veniva utilizzato un bottone da cappotto, in mancanza di questo si costruiva una rotellina di legno in cui si realizzavano due fori. Si faceva passare nei due fori un filo di refe o spago sottile della lunghezza di 50-60 cm e si annodavano i due capi a l’estremità. Il gioco consisteva nell’attorcigliare velocemente il filo in modo che si caricasse. Tirando poi in opposizione il filo (vedi foto) questi si srotolava, ma poco prima che finisse di srotolarsi, si allentava la tensione. Per effetto “volano” il frullino si ricarica inversamente. Il movimento di carica e scarica dava l’impressione al sistema di essere elastico e il frullino girando vorticosamente produceva un ronzìo dal tono variabile. Per aumentare il volume del ronzìo, si rendeva la rotellina dentellata ed eventualmente si praticavano dei fori. le lucciole sotto il bicchiere Era un gioco innocente che facevano i bambini più piccoli durante la “maturazione del grano”, quando i campi la sera erano illuminati dalle lucciole. Si prendevano alcune lucciole e si mettevano sotto un bicchiere rovesciato sul tavolo di cucina o altro ripiano. Si diceva che durante la notte avrebbero “fatto” dei soldini. Spesse volte i bambini, al mattino seguente trovavano qualche soldini, ovviamente messo dai genitori o dai nonni. back to top |
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