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1) Le speranze possono morire, i sogni devono vivere.

1998: nasce il progetto de l’arboreto. 2004: nasce il teatro dimora.
Dieci anni sono trascorsi da quando abbiamo deciso di dare vita al progetto culturale dell’arboreto.
All’inizio, quando l’abbiamo pensato, somigliava di più a un desiderio: credere nella possibilità di realizzare (non in assoluto, non solo per noi) qualcosa di nuovo, una diversa forma d’espressione per intrecciare lavoro, libertà e divertimento.
A partire da un’ipotesi di senso, un pensiero condiviso prima con gli amici e poi con le istituzioni: il paese di Mondaino e il parco dell’arboreto - abbandonato e sottratto alla sua idea originaria di arboreto sperimentale della flora mediterranea - potevano diventare un ambiente in cui riflettere e agire sui processi della conoscenza, della creatività, delle relazioni professionali e delle passioni umane; un paesaggio, naturale e artificiale allo stesso tempo, fondamentale per proteggere un sogno: un luogo di residenza dove perdersi nella lentezza e nella bellezza della ricerca.
Oggi, l’arboreto non è solo un’opportunità di lavoro per trasmettere e raccogliere il sapere e produrre opere, bensì uno spazio aperto per lasciare qualcosa nell’attesa di incontrare altro, di nuovo e non conosciuto.
Quasi un territorio franco, per sperimentare di continuo le incognite della vita e dell’arte indagando le ansie e i piaceri che ci accompagnano nell’elaborazione di un pensiero e di un’identità.
Nel tempo l’arboreto è cresciuto, e oggi può proporsi ancora di più come un alleato che offre le sue strutture (il teatro dimora, le due case foresteria, il parco) per permettere ad altri di difendere la libertà dei propri sogni. Noi non sappiamo dire bene che cos’è un sogno, ma possiamo provare a sognare con altri.
Si cresce sognando, si sogna per crescere, ma ciascuno di noi cresce solo se sognato. Diamo il meglio di noi se siamo nei sogni di qualcuno.


2) Centro e periferia: quale rapporto?

In questi anni, da più parti, il progetto dell’arboreto di Mondaino è stato definito una “buona pratica”, un’esperienza importante e necessaria per sviluppare la cultura delle arti sceniche in Italia.
Nonostante ciò, noi siamo convinti che l’arboreto sia ancora, di fatto, distante dal centro del teatro nazionale.
L’arboreto è la testimonianza di un progetto di provincia, non provinciale, ostinato e volitivo, nato ai margini delle grandi città, dei centri teatrali, delle tradizionali (e potenti) vie di concentrazione del dire e del fare teatro.
Fino ad oggi la nostra marginalità ha favorito la realizzazione di un progetto particolare, utile (anche) al sistema teatrale nazionale.
Da alcuni anni, la provincia italiana esprime alcuni dei progetti artistici, culturali e organizzativi più innovativi e interessanti nel panorama teatrale nazionale. Se l’affermazione corrisponde al vero, forse bisognerebbe davvero capirne il perché, riflettere approfonditamente sulle specifiche condizioni e, più in generale, su l’ambiente che favorisce la creazione di progetti produttivi originali che contribuiscono a fortificare e a qualificare il sistema centrale del teatro.
Per quanto ci riguarda, possiamo solo dire che l’arboreto è nato soprattutto dall’ascolto di un paesaggio, di una cultura del paesaggio che ci ha suggerito che cosa fare e come farlo, come trasformare e contaminare quella storia naturale infinita, alla quale abbiamo aggiunto il desiderio di realizzare il progetto di un sogno: costruire in quel luogo dei percorsi d’arte e di vita con sguardi, pensieri e azioni da condividere, rivedere e modificare radicalmente con il trascorrere del tempo e il susseguirsi dei laboratori, delle residenze creative e delle opere.
Adesso che siamo riusciti a definire i contorni dei nostri percorsi, che è stato costruito un nuovo teatro, che sono stati realizzati dei nuovi progetti (l’arboreto Edizioni; l’arboreto Cinema), che l’arboreto è cresciuto, in sostanza, possiamo intraprendere delle nuove vie, dei nuovi percorsi, gettare dei ponti di collegamento fra l’arboreto e le altre realtà periferiche; fra le esperienze simili alle nostre e i centri di produzione e di promozione del teatro italiano che forse per rinnovarsi (se ne sentono la necessità) hanno bisogno della nostra marginalità, dei nostri progetti di confine e di unione.

Fabio Biondi

 

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