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| Esercizi
di visione Esercizi su Estate . Fine di Emanuela Surace Esercizio n. 1 Primo esercizio, primo giorno e primo incontro con la compagnia del Teatro delle Ariette ma anche con le difficoltà del primo compito. Dopo aver assistito alle prove dell’ultimo spettacolo della compagnia emiliana, Estate. Fine, presentato quest’anno in prima nazionale al festival “Santarcangelo dei Teatri”, Marino ci propone di scrivere un articolo di 1800 battute, relative allo spettacolo e all’intervista fatta a Stefano Pasquini. Di ritorno all’Arboreto, iniziamo così a scrivere. E’ notte fonda e rimanere nelle 1800 battute si rivela fin da subito un’impresa quasi impossibile per menti troppo, troppo “ispirate” come le nostre. Dunque, tralasciando la descrizione della notte in questione, che pure potrebbe servire per ottenere la clemenza del lettore, ci ritroviamo al mattino con i nostri articoli che puntualmente debordano, straripano… le originarie 1800 battute, per molti di noi, sono infatti una meta lontana e irraggiungibile a cui però Massimo nella stessa giornata ci riavvicinerà con tagli impietosi e del tutto insensibili ai nostri slanci poetici. Ecco un esempio: Lo spettacolo del gruppo “TEATRO DELLE ARIETTE” che s’ispira a testi e musiche di Pasolini, è intitolato “ESTATE. FINE” proprio a voler indicare, a partire dal titolo, la morte nella fine della stagione estiva nei campi. La drammaturgia si svolge in ambiente agreste. L’opera accoglie lo spettatore immediatamente in uno spazio contestualizzato, una casa colonica con attiguo porticato. Dall’interno proviene un suono di campane a morte. Infatti, nello spazio chiuso vi è una cassa, attorniata da fiori e ceri accesi. Quattro attori si apprestano al trasporto di essa come un feretro sulle loro spalle. Inizia il rito. Gli spettatori seguono, come in una processione, con una silenziosa religiosità che porta tutti ad un certo rispetto ed anche a condividere una certa intimità. Sono in fila e percorrono un rigido itinerario, quello della vita, determinato da spazi strutturati, rettilinei ma spigolosi. Essi appaiono ordinati ma nascondono alcune difficoltà. Il tutto sembra contenere simbologie: la strada sterrata, il ponte, il campo di piante di pannocchie che occorre tagliare con il proprio corpo. Man mano lo spazio diventa più ampio ed ecco apparire una donna vestita con un camice bianco, post operatorio. Si muove tra le piante ritmando i suoi gesti ripetitivi e inutili. Gli attori posano la cassa. Uno rimane avanti, poco distante e con una vanga smuove la terra prendendo visivamente le dimensioni della stessa. Tutti gli altri attori varcano la soglia dell’ampio spazio che si potrebbe definire, in modo contrastante, sacro e profano. Solo gli spettatori rimangono dietro, come se attendessero l’invito ad entrare o mantenessero quella certa distanza dal gruppo famigliare degli attori portando loro rispetto. Ma ad un tratto, ecco che alcuni elementi di rottura, musiche ad alto volume, balli, preparativi di cibi e bevande, apportano trasformazioni a quel senso di silenziosa sacralità che nonostante tutto ciò, persiste nel momento della lettura “dei diritti della vita di Pasolini”. Sacralità intesa come senso d’alta religiosità ma anche di gran laicismo. Il testo drammaturgico è pervaso di dolore, di senso di malattia, di morte ma nello stesso tempo impregnato di vita. Lo stesso ambiente della campagna rileva il ciclo produttivo della vita. Nell’opera, il tempo è scandito da un ritmo che scorre lentamente, alternato da momenti frenetici e dagli stop. Il cibo presentato alla fine dello spettacolo, simbolo della vita, festeggia anche la morte. Esso porta ancora ad una commistione tra attori e pubblico che forse possiamo definirla “partecipazione”. Maria Grazia Marrulli Ed ecco lo stesso dopo i tagli di Massimo, opportunamente titolato e revisionato graficamente: La religione dell’estate La morte e l’esaurirsi dell’estate nei campi. Estate. fine, lo spettacolo del Teatro delle Ariette su testi e musiche di Pasolini, accoglie lo spettatore in una casa colonica. Dall’interno proviene un suono di campane a morto. Vi è una cassa, attorniata da fiori e ceri accesi. Quattro attori si apprestano a trasportarla sulle spalle, come un feretro. Gli spettatori seguono, come in una processione, con silenziosa, intima religiosità. Sono in fila e percorrono un rigido itinerario, quello della vita, determinato da spazi strutturati, rettilinei ma spigolosi. Essi appaiono ordinati ma nascondono difficoltà: la strada sterrata, il ponte, il campo di piante di pannocchie che occorre tagliare con il proprio corpo. Man mano lo spazio diventa più ampio ed ecco apparire una donna vestita con un camice bianco, post operatorio. Si muove tra le piante ritmando gesti ripetitivi e inutili. Gli attori posano la cassa. Uno rimane avanti, poco distante, e con una vanga smuove la terra. Tutti gli altri varcano la soglia dell’ampio spazio, insieme sacro e profano. Solo gli spettatori rimangono dietro, come se attendessero l’invito a entrare o mantenessero quella distanza per una sorta di affettuoso rispetto. Ma a un tratto musiche ad alto volume, balli, preparativi di cibi e vivande rompono quel senso di silenziosa sacralità; che riaffiora con la lettura “dei diritti della vita di Pasolini”. Si percepisce un senso d’alta religiosità ma anche di gran laicismo. Il testo è pervaso di dolore, di malattia, di morte, ma nello stesso tempo è impregnato di campagna e di vita. Il tempo è scandito da un ritmo che scorre lentamente, da frenetiche accelerazioni e da improvvisi arresti. Il cibo presentato alla fine, simbolo della vita, festeggia anche la morte. E porta a una commistione tra attori e pubblico che possiamo definire “partecipazione”. Maria Grazia Marrulli Esercizio n. 2 Durante tutto il secondo giorno, completamente immersi della natura dell’Arboreto, abbiamo continuato a parlare dello spettacolo delle Ariette, ci siamo scambiati opinioni, impressioni e i ricordi di altri spettacoli della stessa compagnia, visti in altri teatri e in altre condizioni. Effettivamente tutti abbiamo amato Estate. Fine. Tutti siamo stati d’accordo nell’avere trovato utili l’incontro e l’intervista con la compagnia delle Ariette. Il secondo esercizio è dunque una sorta di risarcimento per le sofferenze della notte precedente: Massimo ci lascia scrivere quello che vogliamo, come vogliamo e soprattutto quanto vogliamo: Quell'arietta di fine estate. Ultima settimana di giugno, l’estate appena iniziata in questa parte di Romagna dove fervono i preparativi per l’apertura della trentaquattresima edizione del festival “Santarcangelo dei Teatri”. (Santarcangelo di Romagna, 2-11 luglio, per informazioni 0541.326110) E’ proprio questa l’occasione che ci ha portato qui, ospiti della compagnia bolognese Teatro delle Ariette, per gustare in anteprima lo spettacolo che presenteranno in rassegna. Stefano Pasquini e Paola Berselli ci accolgono con il sorriso e la cordialità di ospiti perfetti nella casa che si sono ricreati lontano dal podere di Castello di Serravalle, già rifugio, poi fonte di nuova energia per il loro teatro. Qui la Romagna, terra nuova e sconosciuta, addomesticata attraverso mesi di cure nei campi, mesi di riflessione e di suggestioni, ha dato vita ancora una volta al loro teatro fatto di terra e di cose buone, ma anche di passione e di sofferenza lacerante, di resa all’istintivo bisogno di mettere a nudo e condividere storie intime e universali. Raggiungere questo luogo è già una scoperta. L’indirizzo che ci hanno dato, Via S. Bartolo 1737, ci porta lontano dalla città, ad un campo e ad una casa non più vissuta da uomini, ma trasformata in luogo del lavoro. Sotto il portico, fra i mattoni sgretolati impolverati dal tempo, iniziamo senza saperlo il nostro viaggio dalla vita alla morte, alla vita attraverso la morte in una sera d’estate. La vita viene raccontata dagli oggetti del lavoro di tutti giorni, dal caos delle cose lasciate lì dove la mano che le utilizza saprà ritrovarle, dai gattini di Paola, portati con lei da Serravalle. Pochi minuti d’attesa per guardarsi attorno, per chiedersi se sarà questa la scena, per violare inosservati quel luogo, apparentemente immobile ma carico di aspettative, per goderne i colori, la pace, i suoni. In questo spazio antico non è il vespro che segna la fine del lavori dei campi il rintocco di campane portato dal vento. E’ un suono che ci attira all’interno; al viaggio iniziatico che siamo qui per compiere. Ciò che era stato semplicità e vitalità cede il passo a simboli di morte: la casa nasconde una camera ardente allestita secondo il rito misterioso di una religione profana. Arrivano. Sono con noi adesso, sacerdoti, becchini, guide attraverso un mondo trasformatosi improvvisamente in qualcos’altro. La processione si avvia; in silenzio li seguiamo. Il feretro, portato a spalla, attraversa un orto che diviene cimitero. Il sentiero, largo e comodo in una natura tornata padrona, si interrompe bruscamente in un campo di granturco, che ci impedisce la vista, ci gratta la faccia, che ci costringe a difenderci. Risucchiati in una dimensione che non riconosciamo, non siamo più spettatori ma testimoni e vittime involontarie del rito che si sta per compiere, partecipi di una sofferenza universale. Lo spazio finalmente si dilata di nuovo. I pomodori tornano ad essere pomodori, e le patate patate, come le zucchine, i piselli, i peperoni, i fagiolini. Li riconosciamo, ci rassicurano. Il baule viene posato. C’è una donna vestita di bianco, un camice da malata, sembra che semini, che accudisca gli ortaggi, con amore, sorridendo. Forse nel cuore di questo spazio possiamo ritrovare la pace. La cassa sta per essere seppellita e con essa l’inquietudine che questo cammino ci ha mosso dentro. Sarà il fruscio della vanga nella terra a scandire d’ora in poi il trascorrere del tempo; sarà Stefano, uomo e custode della memoria dei morti, della loro promessa di pace, il nostro tramite verso un nuovo spazio che si apre vasto, libero, recintato. Dentro, panche di chiesa, un tavolo, un pulpito, un seggio. Il rito deve continuare, in questa chiesa profana, ma sacra come solo la natura sa essere, al cospetto di una trinità di bandiere rosse. Momenti ludici da festa paesana, un twist, un aperitivo offerto ma non consumato, per pudore, forse per il rispetto dovuto al misticismo della cerimonia, si succedono a evocazioni di sofferenza, di malattia. Letture si alternano al rituale di un cibo che deve essere tagliato e cucinato per divenire nutrimento. E’ la messa di un dio terreno, o forse in un’altra messa di quell’unico dio che permea ogni cosa. Pasolini, già citato nella musica dei suoi film, torna ora per essere voce di una natura tradita e dimenticata, di una sofferenza che è inscindibile dalla vita di ogni uomo (bellissime le parole tratte dal Vangelo secondo Matteo “non vi affannate per il domani perché il domani avrà le sue inquietudini. Basta a ciascun giorno la sua pena”), bellissime quando si sovrappongono alla confessione disperata di Paola, al suo dolore ma anche alla sua grande professione di fede nel teatro. “Dove è andato il pensiero della morte?” L’interrogativo rimane sospeso, come eternamente incompiuta è quella sepoltura, desiderio frustrato di lasciarci alle spalle ciò che non è più, ciò che non è mai stato. Ecco la sofferenza, la malattia che ci portiamo dentro, noi e loro, divenuti fratelli nel pietoso offertorio di corpi violati, nella sedia a rotelle dolorosamente occupata da una vita. Alla penosa nuova consapevolezza la natura, madre e matrigna, viene in soccorso. Il profumo del banchetto ormai pronto ci avvolge come in chiesa l’odore dei ceri. L’angoscia si scioglie nell’accettazione di ciò che sarebbe potuto avvenire ma non è. Ed è un senso di rinascita ciò che alla fine questo spettacolo ci regala, quando la terra diviene il sapore semplice dei suoi frutti che ci entrano dentro, sulle note di un tango romagnolo e col tramonto dorato del sole sulle nostre teste. Nicoletta Pasolini Esercizio n. 3 Conclusasi la prima tappa del laboratorio, ci lasciamo in vista del secondo incontro, con tutta una serie di compiti per le vacanze di cui uno in particolare riguarda la riflessione e la rielaborazione di quanto abbiamo scritto in merito a Estate. Fine, lo spettacolo delle Ariette su cui abbiamo lavorato per tutta la prima fase del laboratorio. L’obiettivo è quello di ridurre i nostri articoli alle fatidiche 1800 battute. Senza però tralasciare di ritornare a vedere lo spettacolo in questione durante le giornate del festival di Santarcalgelo, in vista di nuove riflessioni e nuovi possibili cambiamenti. “Niente è naturale nella natura”. Il rito del teatro e della natura secondo la compagnia delle Ariette. Presentato quest’anno al festival “Santarcangelo dei Teatri”, Estate. Fine, l’ultimo spettacolo delle Ariette, evoca fin dal titolo i contrasti della vita e della morte, della pazzia e della saggezza, della salute e della malattia, dell’inappetenza e della fame. Immagini e memoria si ricompongono così in un tempo vuoto e quasi rosselliniano, in uno spazio scenico dalla “natura particolare”: un bell’orto preparato con dedizione e fatica in vista della messa in scena. Il lavoro del campo è cresciuto con il lavoro teatrale. Tuttavia, ciò non è nuovo. Poiché tutti gli uomini di teatro preparano il proprio “campo” in vista della raccolta/spettacolo. Per le Ariette però i riti del teatro e quelli dell’agricoltura si confondono e si nutrono a vicenda. Da qui la graduale sensazione di disorientamento a cui lo spettacolo conduce. La campagna è infatti un teatro terribile. Il bell’orto di cui sopra si rivela fin da subito un luogo non rassicurante. Esso non è un rifugio bucolico, non è un riparo. “Questa non è una campagna” come non lo era la pipa di Magritte. Lo sguardo del teatro si è posato sulla terra coltivata: spazio antropico e autobiografico. La struttura dello spettacolo è dunque quella particolare di un funerale, dissimulato e tuttavia necessariamente celebrato. Così come il rito del teatro è celebrato, rovesciato e seppellito insieme a quello della poesia, celebrata e ritrovata nell’incontro con Pasolini. Presenza impalpabile e anch’essa dissimulata che rivive attraverso la musica, i versi e soprattutto nelle voci di Totò e Ninetto Davoli che riempiono l’aria costringendo a sollevare la testa per guardare le nuvole. Il campo coltivato del Teatro dell’Ariette diventa allora come una chiesa senza tetto come lo sono del resto tutti i teatri quando sono vuoti. Emanuela Surace La messa in cena delle Ariette Ora del vespro. Attendiamo. Siamo in pochi, forse una cinquantina. A turni veniamo condotti in una stalla a portare il saluto estremo a una bara, tra ceri funerari e cassette di primizie (finocchi, peperoni, patate, pomodori…). Attendiamo in un timido silenzio interrotto solo dal ridondante memento mori delle campane fissato sul nastro di un registratore a vista. Troppo piccolo quel baule per contenere un cadavere umano; troppo enfatizzata la cerimonia d’addio perché sia semplicemente vuoto. Allora che cosa contiene? Attendiamo nel cortile di un vecchio casolare. Attendiamo. Qualcuno perplesso guarda l’orologio. Qualcuno si aggira curioso. Qualche maldestro inciampa tra le bottiglie vuote di vino e ne fa cadere un paio. Attendiamo. Ma cosa? Poi avanti, in processione, dietro a quattro portantini dalla misteriosa identità: un cuoco, un contadino, un cameriere, uno spaventapasseri? Ci facciamo faticosamente strada tra i fusti del mais. Silenzio e un odore forte, insolito per chi arriva dalla città, fastidioso forse. Poi un campo coltivato, gli stessissimi elementi della stalla, ma in un ordine diverso: i ceri accesi, i fiori secchi sparsi a decorare, le primizie, vorrei dire al loro stato naturale, ma quel campo (un cimitero?) ci fa accorgere di come la natura non sia affatto naturale. C’è una donna, una malata che si aggira in quella terra. Cosa cerca? Cosa ha perso? Attendiamo. Lunghe attese e interminabili silenzi nel rito spettacolo di Estate.Fine delle Ariette. Rito perché il rimando più ovvio è alla cerimonia funeraria e l’intera sequenza liturgica viene ripercorsa fin dall’inizio, con le offerte deposte sull’altare, la lettura del Vangelo secondo Matteo, l’ostensorio frigorifero con il corpo di Cristo e il calice di Campari per il sangue. Spettacolo perché gli attori hanno allestito il luogo scenico con un lavoro che li ha visti impegnati nel loro parallelo mestiere di contadini per sei lunghi mesi e oggi ci restituiscono i frutti (e l’uso del termine non è improprio) di quel training così faticoso. Ed anche l’aggettivo non è casuale dal momento che pur nella straziante meravigliosa bellezza del creato (come recitano Totò e Ninetto Davoli) ciò che accompagna lo spettatore fin dall’inizio è un senso di fatica, di dolore e malattia. Se con gli ultimi due spettacoli prodotti, Teatro da mangiare? e Teatro di terra, il pubblico veniva incontrato nella fase finale della presentazione del prodotto, oggi siamo riportati all’origine di quello che Stefano Pasquini, fondatore storico della compagnia, definisce il “concepimento”. Poi la gestazione e il processo, ripercorrendo all’inverso le medesime tappe che dalla natura arrivano alla tavola. Stazioni di una via crucis che porta a ritroso dai colori appetitosi dei frutti della terra al nero delle ombre proiettate sulle lastre. E’ un vero e proprio Rito quello che si compie nell’ora vespertina nel campo di Via san Bartolo 1737, con gli “atti anonimi della religione di ogni giorno che si producono splendidamente uguali” (Pasolini) e che si ripetono qui con un’aura del tutto nuova e impensata; pur trattandosi degli stessi gesti di sempre ci sorprendono per spontaneità, ci appaiono finalmente ridotati del loro senso o non-senso. Ci mostrano come si possa far teatro con i pochi mezzi che ci offre la natura, anche quando viene meno ogni tipo di supporto materiale e l’improbabile dj imbonitore- stile villaggio Valtur – ricomincia la sua parte indicandoci oggetti non più ostesi, ma smarriti o semplicemente dimenticati che fanno appello alla nostra fantasia (le ballerine e “l’aperitivo ghiacciato con le patatine, perno della festa e del divertimento” insieme agli scalogno-gadget ovviamente!). Spettacolo sì. Ma anche “non spettacolo”, che ricorda il pur diverso Amleto della Fortezza di Punzo, nei confronti del quale, non a caso, le Ariette si ritengono debitrici: “Questo spettacolo io non lo volevo fare - recita la donna - perché gli spettacoli parlano della vita e a volte nella vita succedono delle cose che non dovrebbero succedere” e l’attrice Paola Berselli ci rivela di non cercare la prestazione, ma l’attenzione, di non richiedere l’applauso, che in effetti arriva titubante, ma la partecipazione, come nella Messa, la condivisione, come con la Cena. Dopo l’evento naturale di Prima di Pasolini, le Ariette tornano a saccheggiare il poeta bolognese, lo digeriscono e lo restituiscono “metabolizzato” con le immagini della loro biografia, filo conduttore, insieme al cibo, anche degli spettacoli precedenti. Ed è proprio nel suo ultimo manifesto che Pasolini scriveva che “il teatro è soltanto un rito culturale”. E dal Vangelo si eredita il motivo del camminare, il vagabondare tra i campi, l’idea dei diritti della vita, primo tra tutti il nutrimento, come ci ricorda lo slogan, non troppo subliminale “è bello mangiare, mangiare dà forza, dà vita!”, e ancora le musiche dei suoi film, i personaggi dei suoi racconti, emblemi che ci ricordano un po’ amaramente “tutti noi uomini, povere bestie!”. E una fine che non conclude, una bara che resta insepolta, una cena catarsi finale che riempirà pure gli stomaci ma che ci lascia con l’amaro in bocca. Negli occhi l’immagine della malata che si trasforma nel suo ricordo rimpianto: “la donna alata del circo della vita”, statuaria, serafica, sulle note della “Romagna mia” cantata da Orietta Berti, palese omaggio all’amata città di Santarcangelo che ospiterà lo spettacolo per tutta la durata del festival. 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