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Esercizi di visione
Intervista alle Ariette

di Filippo Arcelloni e Nicoletta Pasolini

Questa intervista è stata realizzata in due tempi, al 34° festival
“Santarcangelo dei Teatri” e a “Volterrateatro 2004”.
A risponderci sono Stefano Pasquini e Paola Berselli del Teatro delle Ariette.

Come nasce il Teatro delle Ariette?

Stefano - Il Teatro delle Ariette è nato nel 1995. Negli anni ‘80 io e Paola
facevamo teatro. Nel 1989 abbiamo deciso di smettere e siamo andati
a vivere a Castello di Serravalle, nell’appennino bolognese, dove abbiamo
rilevato il podere che mio nonno aveva abbandonato, incominciando l’attività
di agriturismo. Non avevamo soldi, non volevamo più fare il mestiere di prima,
c’era una casa e un’ipotesi di lavoro.
Nel 1995 abbiamo ricominciato a fare teatro a casa nostra, finché pian piano
la vita di campagna e la voglia di recitare si sono riunite in uno spettacolo,
Teatro da mangiare?, dove noi raccontiamo la nostra storia e cuciniamo,
prepariamo tagliatelle, offriamo i prodotti del nostro orto a degli spettatori
che stanno seduti attorno ad un tavolo.Ed è così che siamo ritornati al teatro.

Perché avevate lasciato il teatro?

Per un senso di inadeguatezza. Fai un mestiere, le cose non funzionano,
quello che stai facendo ti sembra arido e ti senti inadeguato. Il teatro
ci sembrava un mondo rinchiuso su se stesso dove noi non ci stavamo più,
dove non eravamo vincenti e l’abbiamo lasciato.
Il teatro però torna come desiderio di condividere la vita che stai facendo,
di raccontarti, è una specie di castigo, di espiazione. Io penso che il teatro
sia così, il germe di una malattia, una malattia che senti di dover fare.
Quando abbiamo ricominciato non avevamo più il problema economico,
i soldi che guadagnavamo con l’agriturismo li spendevamo per fare teatro,
per invitare compagnie a casa nostra, per fare il teatro nelle case.
Ancora adesso mi sembra che concepire un’idea è molto simile ad una
gravidanza, è doloroso ma lo devi fare.

Il Teatro delle Ariette nasce quindi dopo una sconfitta personale.
L’allontanamento vi ha dato però la possibilità di osservare il teatro
con uno sguardo diverso. Cosa avete visto?


Per il teatro è finito il capitolo dell’artigianato: la società ha bisogno di teatro
come arte e chi fa teatro deve anche essere artista. Per essere artisti non
possiamo trovarci incatenati ai tempi sempre più veloci della produzione
industriale, una velocità che non corrisponde ai ritmi della creazione artistica.
Lasciare il teatro è stato anche abbandonare questo ritmo creativo.
L’abbiamo ritrovato quando terminata la sua presenza di professione
è ritornato ad essere una necessità dell’anima, alimentata dai nostri bisogni
e da quelli delle persone che incontravamo. Essere artisti, vuol dire mettere
in gioco la propria vita, portando “cose” che mi coinvolgono per metterle
a disposizione degli altri, sapendo che potrebbe essere l’ultima cosa che faccio
e dopodiché non ho più nulla da raccontare. Fare qualcosa che esiste,
non per fare la professione ma per comunicare, condividere, interrogarsi,
andando a recuperare il senso che l’arte ha sempre avuto in tutte le società.

Cosa avete scoperto cominciando a lavorare la terra?

Abbiamo scoperto che la realtà non è mai ferma. Come gli uomini sono
bambini, giovani, vecchi, così le piante, che però hanno un ciclo molto
più veloce. Io immagino il mondo come un corpo umano, le strade come
le arterie, le vene e i capillari e dove c’è l’ingorgo ci sono le malattie, i tumori.
Immagino le città come lo stomaco, l’intestino. Noi siamo come dei globuli rossi,
ognuno ha la sua funzione, i cattivi e i buoni. Da tutto ciò i problemi di carattere
estetico sono sempre lontani.

Cosa intendi per problemi di carattere estetico?

Erano i problemi che avevo prima dell’89, quando mi preoccupavo di come
fare begli spettacoli. Dopo aver vissuto l’esperienza della campagna
di quei problemi non ne ho più avuti. Ha cominciato interessarmi a come
affrontare col teatro le domande che la vita mi metteva di fronte.

Il festival di S. Arcangelo ospita anche artisti che si occupano molto di video,
di performance che hanno a che vedere con la tecnologia, con il moderno.
Di fronte a tutto questo, come vi ponete?


Anche noi abbiamo a che fare con la tecnologia, una tecnologia di altra natura,
la tecnologia dell’irrigazione, della coltivazione. Ho visto i Motus in uno spettacolo
su Pasolini, Come un cane senza padrone, il loro uso della tecnologia non mi
sembra fine a se stesso, mi sembra che faccia sempre parte di un’interrogazione.
Ognuno poi adopera degli strumenti differenti, ma dentro credo di trovare una
motivazione molto simile alla mia, un’indagine, una domanda. La tecnologia,
come l’agricoltura sono due realtà del nostro tempo; sono due oggetti
contemporanei con la stessa dignità che penso vadano indagati con lo
stesso interesse.
Un momento importante del ritorno al teatro è stato il progetto “A Teatro nelle Case”
Il progetto ha dieci anni di vita, due ufficiosi con la rappresentazione di spettacoli
nella nostra abitazione e poi otto, ufficiali grazie ad un primo finanziamento
del Comune di Castello di Serravalle, a cui hanno fatto seguito i comuni di Bazzano,
Monteveglio, la Provincia di Bologna e la Regione Emilia-Romagna.
Abbiamo incominciato ad ospitare artisti e compagnie teatrali, non più nella nostra
abitazione, ma anche in case di cittadini che avevamo conosciuto facendo il teatro
o attraverso l’attività agrituristica.
La rassegna si suddivide in due parti, in primavera nei mesi di aprile e maggio,
ed in autunno quando, da quattro anni, proponiamo nell’ultima settimana di
ottobre, il festival d’autunno.
“A Teatro nelle Case” nasce dalla necessità di fare teatro in luoghi dove il “teatro”
non c’è, dove non esistono spazi teatrali. Nello stesso tempo la scelta di lavorare
nelle case fa sì che si metta in moto un meccanismo civile di conoscenza
degli altri mentre la casa, essenzialmente luogo privato, si apre ad una
dimensione pubblica diventando un teatro. Nelle ultime edizioni abbiamo scelto
di rappresentare alcuni spettacoli accostandoli a luoghi simbolici, ad esempio
lo spettacolo Nati in casa è stato rappresentato in un ospedale mentre
Storie di pane in un antico forno artigiano.
Per gli attori, i teatranti, abbiamo riscontrato invece che l’esperienza di
lavorare in spazi non teatrali li mette in una condizione artistica dove vengono
inconsciamente obbligati a sfrondare il superfluo per ricercare “l’essenza”
di ciò che mettono in scena.

Dopo dieci anni come valutate l’impatto culturale che la rassegna ha avuto
sul territorio dove operate?


Questa forma di teatro andava ad incontrare un pubblico che veniva non per
vedere uno spettacolo, ma per fare un’esperienza. Poi nel tempo gli spettatori
che seguono la rassegna sono aumentati attraverso il fenomeno del
passaparola ed ora assistiamo all’arrivo di spettatori da Modena e Bologna
mescolati assieme alla gente del territorio, che si coltiva, si aiuta a crescere
nel gusto, che diventa esigente e che poi va a vedere il teatro in teatro.
Ma vorrei sottolineare che è stata un’azione teatrale costruita su una
necessità artistica e non su finanziamenti, un progetto nato piccolo, cresciuto
con ritmo naturale, assieme all’interesse del pubblico, che ora ha una sua
solidità e ragione di esistere che supera gli aspetti economici, professionali
e lavorativi.

Al festival “Santarcangelo dei Teatri” la compagnia ha rappresentato
la nuova produzione L’Estate.Fine, spettacolo che si svolge in un campo
di mais al cui interno si trova un grande orto, Quando in febbraio avete
incominciato a lavorare nel campo avevate già un progetto dettagliato
dello spettacolo o è stata una intuizione che ha preso una sua evoluzione?


Non avevamo in mente il quadro finale. Avevamo alcuni materiali, alcune idee
e la voglia di fare un lavoro che crescesse assieme al campo. Dall’idea iniziale
di creare uno spettacolo quasi in mezzo alle colture, incentrandolo sulle
coltivazioni, il campo è diventato un sentiero orticolo dentro il quale ci
muoviamo, poi si è delineata, pian piano, la struttura dello spazio-chiesa.
Anche l’idea del rito ispirato alla Messa si è modificata. All’inizio avevamo
pensato di invitare un prete che, in un angolo del campo, avrebbe fatto
una vera Messa.

L’idea iniziale quindi può prendere dei percorsi che non sono previsti,
che non puoi prestabilire?


Assolutamente, e il contrario non sarebbe per noi interessante. Prima
concepisci un’idea, poi stai in ascolto di questa che cresce e, mentre
costruisci, quello che nasce ti suggerisce nuove strade e tu ne imbocchi
alcune. Per la compagnia delle Ariette fare uno spettacolo è sempre
il tentativo di condividere una domanda più che dare delle risposte:
quella domanda che ti poni quando un’idea ti viene a trovare.

Nello spettacolo il cibo è vita, eppure richiama anche per contrapposizione
l’idea della morte nell’ammalata/anoressica che lo rifiuta, per cui il cibo è morte.
La malattia e la morte sono temi centrali nello spettacolo. Nel ciclo della terra
il legame è molto evidente.
Paola - La malattia è il discorso centrale, la morte è l’ovvia conseguenza.
Questi elementi, che mettiamo in scena, vengono dal nostro materiale di vita
vissuta e non sono rappresentati in modo puramente intellettuale. Questo è
il centro dello spettacolo, capire che si può essere malati nella propria
quotidianità, di come io, nonostante sia viva, mi sono sentita e mi sento
ogni giorno ammalata. Vita e morte sono elementi fortissimi nella terra.
Il campo è pieno di un infestante tremendo, l’erba strangolina, che però
non ammazza le altre piante: crea difficoltà ma loro continuano a vivere
e produrre. Per noi è una grande riflessione questa attorno al tema
della malattia e alle forme in cui ha il sopravvento e ti fa soccombere.
E’ una lotta continua che sta all’interno di ogni vita.

Come è venuta la scoperta del cibo e che posto occupa nei vostri spettacoli?

Tra i funerali che sono stati celebrati c’è anche la separazione definitiva
fra le persona e il cibo. Da alimento si è trasformato in oggetto di consumo.
Il cibo nel Teatro delle Ariette occupa un posto molto importante. Ha due
funzioni, una legata al desiderio di costruire una situazione che spiazza
lo spettatore l’altra, ad obbligarci a costruire lo spettacolo anche in relazione
alle operazioni che dobbiamo compiere, i tempi di cottura, la quantità di
carbonella per cuocere, ecc.
Prepariamo da mangiare e da bere, per le persone che ci vengono a trovare,
con l’intento di condividere e così come desideriamo condividere il cibo
desideriamo anche condividere il pensiero che ci ha mosso. Non cerchiamo
mai la gastronomia; piuttosto qualcosa che posso spiegare solamente
attraverso i sensi, ad esempio il fumo attraverso gli odori che sprigiona
o il gusto attraverso il sapore di quello che mangi.

Lo spettacolo inizia con la presenza di una bara che viene trasportata vicino
ad una fossa dove un uomo scava.La bara non viene seppellita, perché?


E’ una fine che non arriva mai, una atto che non si risolve. La mia esperienza
della morte è che non succede come nei film, nessuno mai ti dice un attimo
prima di morire “ti voglio bene”. Siamo ormai incapaci di accettare e capire
che una cosa è morta. Non riusciamo a seppellire niente, cerchiamo l’eternità
e speriamo che la morte non arrivi mai. L’azione di scavare che viene compiuta,
non si compie in realtà, alla fine rimane il buco, la cassa non viene messa
dentro e ricoperta e il giorno dopo io continuo a scavare.

Nel libretto che raccoglie i pensieri e le sensazioni che hanno accompagnato
la creazione di Estate.Fine avete scritto “Pasolini cammina con le sue gambe
ed arriva quando vuoi fare uno scherzo. So con precisione che quando
è arrivato non se ne è più andato via”. Per quale motivo vi siete scelti?


Pier Paolo Pasolini ha scritto e agito con un pensiero artistico e sociale che
era in notevole anticipo sui suoi tempi. Ciò ha reso difficile la comprensione
del suo pensiero da parte della maggior parte degli intellettuali italiani
dell’epoca, messi in difficoltà e impossibilitati a capirne fino in fondo
il suo messaggio. Con il passare del tempo gli eventi profetizzati si sono
ormai realizzati in modo irreversibile e solamente ora siamo in grado
di comprendere le sue provocazioni che, avendo perso gran parte della
sua virulenza, risultano meno pericolose.
Inoltre il passaggio, dolorosissimo per l’Italia, da una società agricola
ad una industriale, ed ora post-industriale, è ormai concluso, ed essendo
più facile parlare dei morti che dei vivi possiamo lavorare con i suoi materiali
con meno timore.

Testi e film di Pier Paolo Pasolini sono stati materiale di studio nel laboratorio
Secondo Pasolini realizzato all’Arboreto di Mondaino. Quale idea è al centro
dei laboratori teatrali che le Ariette propongono?


All’inizio abbiamo realizzato pochi laboratori, non sapevamo nel modo
più assoluto che cosa avremmo potuto far fare. Poi col tempo abbiamo
messo a fuoco il nostro modo di operare, man mano acquisti coscienza
di come operi e qual è la tua struttura di lavoro ed è allora che pensi
che è arrivato il momento di condividerla con gli altri.
Le Ariette non hanno niente da insegnare, prepariamo materiali, idee e
sentimenti che vogliamo condividere con altri; nei nostri laboratori non
precludiamo mai l’accesso a nessuno, possono partecipare tutti coloro
sono interessati al tema che andiamo ad affrontare.
Nel “tempo laboratoriale” troviamo un momento importante dove condividere
e sperimentare i materiali che abbiamo elaborato, in una dimensione libera
dall’ansia di realizzazione tipica dello spettacolo finale. Il laboratorio è un
luogo dove è importante il cammino artistico.
Il percorso svolto all’Arboreto di Mondaino viveva su due momenti di lavoro,
al mattino nella sala teatrale dove studiavamo il materiale di Pier Paolo
Pasolini e al pomeriggio quando uscivamo nel paese e ci confrontavamo
con il mondo vivente.

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