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Laboratori

SECONDO PASOLINI
Ambulatorio teatrale condotto dal Teatro delle Ariette


AMBULATORIO PASOLINI
di Lorenzo Donati

Coordinate (I)
Questo racconto non ha protagonisti. O, meglio, qui non si parla di una persona
in una determinata situazione, bensì è la situazione stessa ad essere al centro
dell’interesse di chi scrive. Ovviamente, essendo colui che scrive anche un
personaggio del racconto, ci sarà una figura che ricorrerà con più frequenza
delle altre, e per la quale il narratore, sempre in terza persona e distaccato,
diventerà onnisciente (pur non arrischiandosi mai in una troppo compromettente
prima persona). Lo chiameremo “Lor”: il lettore avrà il privilegio di conoscerne
i pensieri, le sensazioni, le emozioni. Tutto quello che gli passa per la testa,
insomma. In questo racconto ci sono due categorie ben distinte di personaggi:
i “laboratorianti”, persone che non si conoscono, provenienti da svariate parti
della penisola, che hanno deciso di incrociare per cinque giorni i loro destini;
il “Teatro delle Ariette”, cinque persone già abituate a frequentarsi e a lavorare
insieme. Siamo a Mondaino, un piccolo borgo nelle colline in provincia di Rimini.
Per la precisione, si tratta dell’Arboreto. Il lettore conoscerà sicuramente il luogo
di cui si sta parlando, quindi non sono necessari ulteriori dettagli esplicativi.

I. L’Allegro spaesamento
Dopo un viaggio di circa un’ora e mezzo, Lor era arrivato a destinazione. La sua
testa era piena di aspettative per questo laboratorio. Lor non era uno di quelli
che frequentano laboratori come unica occupazione nella vita (ne conosceva tanti,
però…), piuttosto cercava di sceglierne qualcuno accuratamente, vagliando bene
chi lo proponeva e come, pensando bene ai costi, che spesso era il caso di
affrontare “a rate”… insomma se era a Mondaino per seguire il laboratorio su
Pasolini delle Ariette, voleva dire che ci aveva pensato bene. “Una delle compagnie
con più coerenza e rigore estetico che io conosca”, pensava spesso di loro.
Se poi a tale pensiero uniamo l’inevitabile ammirazione (e anche voglia di
conoscerlo di più) per Pasolini, la scelta di Lor si capisce come possa essere
stata abbastanza immediata.
Nella piccola foresteria nel bosco dell’Arboreto, e dopo brevi presentazioni
con gli altri partecipanti, sono tutti pronti per partire verso il luogo dove si
dovrebbe tenere il laboratorio, nel cuore del paese. Ad aspettarli in una
splendida sala comunale, ecco i componenti del Teatro delle Ariette: Stefano,
Paola, Maurizio, Claudio e Gregorio. Stefano, dopo avere comunicato il suo nome,
(perché di vera e propria presentazione non si tratta), illustra le disposizioni
del giorno: il lavoro comincia subito, regola fondamentale è il divieto per i
partecipanti di parlare fra di loro e con la gente del luogo. La prima ora e mezza
di laboratorio consiste, molto semplicemente, nel fare pratica con le portantine:
come si sollevano, come si appoggiano, come le si sistema sulle spalle…
nessuna presentazione, nessuna parola di benvenuto. Lor comincia già ad
essere piuttosto divertito e a suo agio nella nuova situazione. Innanzi tutto
imparare una nuova “tecnica”, seppure non eccessivamente complessa,
lo attraeva molto. Se in futuro, una circostanza della vita gli avrebbe reso
necessario trasportare portantine, ora lo sapeva fare! Inoltre, la scelta di
non parlare se non per lo stretto necessario e di passare subito ai fatti,
rispecchiava molto della sua personalità.
Al termine di questo “praticantato”, i dodici ragazzi, con le loro tre portantine
con sopra bauli, preceduti e seguiti dai cinque componenti delle Ariette,
escono dalla sala e cominciano a dirigersi in paese. Lunghe camminate sotto
il sole cocente, mentre Stefano e Paola iniziano a fare conoscenza con la gente
del luogo. Claudio, il dj delle Ariette, propone un sottofondo musicale che Lor
poi scoprirà provenire da La Ricotta, il film “corto” di Pasolini in programma
per la sera. Dopo avere percorso una stradina in ciottolato, limitata dai muri
con pietre a vista delle case basse, il gruppo di portantini (immancabili,
nel frattempo, i motteggi della gente che vedendo passare i bauli esclama:
“Cosa c’è dentro, un morto?!) percorre una svolta e incontra un gruppo di
signore, allegramente sedute sulla panchina di fronte a casa. Stefano si
presenta, spiega che si sta facendo un laboratorio e che è vietato ai ragazzi
parlare, invita le signore alla “festa” che si terrà sabato sera. Anche le signore
si presentano, raccontano qualcosa sul paese, e salutano dicendo che saranno
lì ad aspettare anche l’indomani, promettendo al gruppo una torta in regalo.
Lor si chiede per quale motivo ci debba volere il teatro per ritrovare la cordialità
nelle persone, per quale motivo nelle città la gente vada in giro senza salutarsi,
per quale motivo in un piccolo paese le persone sembrino più allegre,
più disposte a relazionarsi con gli altri. Con queste domande per la testa,
la combriccola riparte, dirigendosi verso altri angoli del borgo.
Si incontra una croce. Stefano urla:
- La Crocifissione!
Nessuno si muove.
- La crocifissione, avanti Gesù!- ripete Stefano.
Finalmente una delle ragazze, aiutata, sale sulla Croce. Con una mossa di
notevole vigore fisico si abbranca ai due bracci, e rimane in tale posizione
per parecchio tempo. A questo punto, Stefano, invita gli altri a completare
il trittico delle croci. E anche questa volta occorre ripetere la richiesta una
seconda volta.
- Avanti il ladrone buono!
Lor si fa avanti, poi anche una terza ragazza per il ladrone cattivo. La stessa
scena sarà ripetuta ancora, ogniqualvolta si incontrerà una croce di grandi
dimensione in giro per il paese.
Dopo avere, per un attimo soltanto, incrociato il cimitero locale, portantini
e seguito si dirigono, stanchi, verso un piccolo supermercato. Occorre fare
la spesa per i cinque giorni che verranno. I gestori vedono entrare un gruppo
di dodici divertiti ragazzi, che comunicano solo a gesti e a mimica facciale.
Lor si chiede se i due poveri gestori non li prenderanno per scemi, palesemente
desiderosi di parlare (provate a chiedere “un etto di pecorino” a gesti…) ma
impossibilitati a farlo, non volendo trasgredire alle regole di Stefano, tutti
felicemente intimoriti dalla sua disciplina. Superato anche questo scoglio,
può finalmente iniziare la “terza fase” del lavoro, ossia la visione collettiva
de La ricotta di Pasolini.
Claudio, Maurizio detto “Ferro”, e Gregorio preparano il necessaire tecnico
per proiettare, mentre i laboratorianti si siedono sul pavimento della sala
comunale. (“Crepare. Non aveva altro modo per ricordarci che lui era vivo”.
Questa frase del film risuonerà per un po’ di tempo nella mente di Lor).
Si riaccendono le luci, Stefano spiega che ora andranno tutti insieme
all’Arboreto a mangiare. Poco prima di partire, gli viene alla mente un
piccolo particolare:
“Ah, ragazzi… ora potete parlare!”
Sta per aprirsi la “quarta fase”, ovvero la cena insieme. Lor si era più volte
chiesto cosa sarebbe successo nelle cene collettive.. Aveva ancora in testa
il sapore delle tagliatelle fumanti mangiate alla fine dello spettacolo
Teatro da Mangiare?, per non parlare della polenta di Teatro di terra
- Faranno da mangiare loro per noi?… faremo insieme da mangiare?…
dato i divieti che ci hanno imposto oggi, ci obbligheranno a fare loro da
mangiare?… - pensava Lor.
Allo scolarsi della pasta, preparata tutti insieme, queste domande erano ormai
dimenticate. La parte “mancante” di inizio giornata, le presentazioni, verrà
recuperata nel corso della cena. Ognuno spiega perché si trova lì in quel
momento, cosa fa nella vita o cosa vorrebbe fare della sua vita. Anche “le Ariette”
raccontano qualcosa di loro, si parla di Pasolini, del film visto insieme, di ciò che
è accaduto durante il giro in paese con le portantine. Raccontano anche del loro
prossimo spettacolo, Estate.Fine, che debutterà di lì a poco a Santarcangelo.
In fondo, Stefano comunica agli altri che la cena è ancora parte del laboratorio.
Come primo giorno Lor si sente del tutto soddisfatto, rilassato e stanco al punto
giusto per affrontare la strada necessaria che lo separa dal suo letto.

Coordinate (II)
Il narratore in terza persona, ancora più distaccato che mai, decide
deliberatamente di abbandonare ogni enfasi descrittiva. Si dichiara stufo
di tentare di suscitare emozioni e sensazioni nella mente di chi legge cercando
parole per evocare l’atmosfera di una situazione. Tenterà, quindi, la strada
di una fedele registrazione della giornata lavorativa, ad uso e consumo di coloro
i quali vogliano apprendere il metodo teatrale di Stefano Pasquini, Paola Berselli,
Maurizio Ferraresi, Claudio Ponzana, e Gregorio Fiorentini, ovviamente
nel contesto del laboratorio Secondo Pasolini. Il narratore consiglia la lettura
di questo testo a coloro che si accingano a preparare una tesi sul Teatro
delle Ariette.

II. Appunti sul metodo di Lavoro del Teatro delle Ariette

L’angolo del cinefilo

Partendo dal film visto la sera precedente, Stefano pone ai partecipanti una
lunga serie di dettagliate domande, tese a riportarne alla memoria tutto
il contenuto. Queste possono riferirsi ad importanti avvenimenti del film,
oppure a veri e propri particolari, evidentemente ritenuti interessanti da Stefano.
Questa “interrogazione”, avviene con i partecipanti che camminano (o corrono,
sollecitati spesso a cambiare direzione) sistemati in un largo cerchio,
mentre Stefano sta al centro. Ogni laboratoriante è autorizzato a parlare solo
se gli viene passato un pallone da calcio, tenuto in mano da Stefano: egli,
decidendo a chi e quando passarlo, stabilisce chi ha il diritto a parlare e chi no.
È vietato parlare senza avere il pallone in mano, così come per parlare
occorre attendere l’arrivo del pallone, senza iniziare la frase con la sfera
ancora in aria. Dopo avere fornito la propria risposta, il partecipante deve
restituire la palla a Stefano. Non si può ricevere la palla e non parlare,
al massimo è concesso dire: “Non lo so!” e ripassarla subito indietro.
Mentre Stefano interroga, le altre quattro “ariette” marciano in cerchio
e partecipano come fossero ragazzi del laboratorio.
Tale esercizio prevede molte varianti. Ad esempio, Stefano può chiedere a uno
o più partecipanti di rappresentare una scena del film di cui si è appena parlato,
mimandola con azioni e gesti come meglio se la ricorda (“Fate come Totò e
Ninetto quando…” sarà un’indicazione che ricorrerà spesso nelle quattro
giornate di lavoro). Oppure può indicare a qualcuno di camminare in un
modo particolare, chiedendo agli altri di imitare chi ha di fronte, finché tutto
il cerchio non procederà con lo stesso tipo di andatura.

La Tortura Autobiografica
Una sedia al centro. Tutti gli altri davanti a lui, seduti, come fossero spettatori.
Il torturato deve salire in piedi sulla sedia, presentarsi, e parlare della sua vita
per 2-3 minuti, rispettando la durata di un brano di Tom Waits che intanto
scorre in sottofondo. Tale brano viene mandato ad un volume considerevole,
cosicché il torturato è costretto a urlare sulla sua vita, piuttosto che parlare.
Stefano e Paola, spiegando l’esercizio, si curano di fornire pochi dettagli sui
contenuti del racconto: l’importante è che si parli della propria vita, magari
“presentandola” a chi ascolta, ma i fatti descritti possono anche essere inventati.
Una variante di tale esercizio, consiste nel rispondere a domande a cavallo
fra l’ironico e il non-sense, poste da Paola. Ad esempio, alla domanda
“Perché l’hai fatto?” il torturato dovrà iniziare a parlare senza interrompersi
trovando una possibile risposta, dopo avere interpretato la richiesta.
Quando lo ritiene più opportuno, Paola interrompe chi parla ponendo
un nuovo quesito, creando così un diverso contesto di discorso.

Utilizzo delle musiche in esterno
Dopo la prima fase di lavoro, all’interno della sala comunale di Mondaino,
ci si sposta nelle vie del paese con le portantine sulle spalle. Il percorso viene
accompagnato da musiche, tutte tratte dai film in programma di Pasolini
(La ricotta, La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole?).
Claudio, il “dj” delle Ariette, trasporta un grosso stereo, e, a seconda delle
circostanze, fa partire le tracce dai cd. Esse possono fungere da semplice
accompagnamento della piccola processione di portantini, oppure costituire
veri e propri momenti di spettacolo per la gente incontrata per la via.
(Ad esempio, al ritmo di un twist scatenato, Ariette e laboratorianti si esibiscono
in spassose danze invitando i passanti a partecipare all’improvvisata festa).
Anche le colonne sonore dei film sono parte integrante di ciò che esce dalle
casse dello stereo, in modo che chi ascolta possa trovare qualcosa di familiare
nelle voci che sente (“Le donne sono come le farfalle: durano un giorno.
E se non le acchiappi, come le ripigli più?” detta da Totò a Ninetto Davoli
in La terra vista dalla luna).

Lo scambio
Durante il percorso per le vie del paese, accade spesso che il gruppo incontri
persone del luogo: alcuni passanti, molti seduti a fianco alle proprie case,
intenti a trascorrere il tempo in compagnia tramite amabili chiacchiere.
Il lavoro impostato all’interno della sala comunale, punta molto sulla preparazione
di materiali da mostrare alla gente del paese. Si narra la propria storia personale
(tortura autobiografica), si leggono loro poesie o si raccontano barzellette, ecc…
tutto questo viene proposto chiedendo qualcosa in cambio: storie su Mondaino,
barzellette in dialetto romagnolo, informazioni. Un gruppo di donne, per
ricambiare del semplice passaggio giornaliero di fronte a casa loro, ha deciso
di preparare una crostata alle albicocche, soccorrendo i ragazzi dall'inevitabile
calo di zuccheri provocato dal binomio portantine-sole di giugno.

Attenzione ai dettagli
Segnali stradali, cartelloni pubblicitari, pannelli esplicativi sui muri delle chiese,
diventano materiale di lavoro: Stefano chiede spesso ai partecipanti di avvicinarsi
a tali insegne per leggerle. Talvolta la lettura va eseguita in silenzio, e il contenuto
va tenuto per sé. In questo caso, ovviamente, la persona prescelta cercherà
di porre la massima attenzione sui contenuti, prevedendo che, prima o poi,
gli verrà chiesto di riferire su quanto letto. In altre circostanze, Stefano spedisce
qualcuno a declamare ciò che c’è scritto su un segnale stradale: “DIVIETO DI
PARCHEGGIO SU TUTTA LA PIAZZA!”, si sente urlare con entusiasmo da
uno dei ragazzi del laboratorio, come se stesse comunicando una notizia
straordinaria ai suoi amici riuniti.

Coordinate (III)

Il narratore si dichiara stanco anche di parlare del laboratorio e del metodo
di lavoro. D’altronde, pensa che una piccola parte in cui si racconti ciò che
avviene mentre non si fa il laboratorio sia necessaria. Anche questo è L’Arboreto,
e, sebbene sia un lavoro sporco e di bassa lega, qualcuno dovrà pur farlo.

III. Dopo il laboratorio: come Dioniso comanda
Ormai è trascorso il terzo giorno di lavoro insieme. I ragazzi, stanchi e felici,
con ancora nella mente le immagini di Che cosa sono le nuvole? visto da
pochi minuti e le parole di Pasolini lette durante la giornata, (“Io sono una forza
del passato, solo nella tradizione è il mio amore…”) si preparano ad abbandonare
la sala comunale. Mondaino, quella sera, si apprestava a festeggiare la vittoria
in campionato della squadra locale con una cena in piazza offerta dal comune
agli abitanti, alla quale sono stati invitati anche i nostri teatranti. Dopo la torta
preparata dalle signore, anche in questa circostanza era sembrato che il paese,
in un qualche modo, volesse ringraziare il gruppo per l’allegro scompiglio portato,
ricambiando con un invito a cena. Maccheroni con ragù di piselli, piadina con
salsiccia e vino rosso, il tutto condito dalla presenza della banda locale:
i ragazzi si sono ritrovati catapultati in una vera e propria sagra paesana.
Qualcosa di simile ad un festa dell’Unità, però senza bandiere di partito e
tutta gratis (anche se qualcuno vocifera che la festa, voluta dal sindaco in
tempo di elezioni, abbia fini secondi rispetto alla celebrazione della “A.S. Daino”).
Dopo avere consumato con piacere l’abbondante pasto, dopo avere trascorso
altro tempo con caffè, amari e irrinunciabili sigarette, dopo avere richiamato
alla mente gli episodi della giornata, iniziano, alla spicciolata, i preparativi
per tornare alla rispettive dimore. Ma, prima di congedarsi, un’altra sorpresa
attende i nostri ragazzi. Un signore anziano, forse il cuoco della festa a giudicare
dalla generosità del suo aspetto fisico, si presenta con una pentola formato
famiglia e dice:
- Questo è il ragù rimasto. Noi lo butteremmo via, abbiamo pensato di darlo
a voi che siete in tanti e dovete mangiare!
Se ci si pone nell’attitudine di ricerca giusta, si è disposti a faticare, a sbagliare
e ricominciare, se si è attenti e aperti a ciò che sta intorno, le occasioni si
presentano da sé, come una provvidenza divina. Questa riflessione aveva
accompagnato fin dall’inizio i ragazzi a Mondaino. Era come se ci fosse
qualcosa di magico nel paese, qualcosa che faceva sì che ogni loro difficoltà
fosse risolta da accadimenti inaspettati. Partendo dalla torta di albicocche fino
ad arrivare, per ora, a quella pentola in dono.
Dopo essersi salutati e dati appuntamento al giorno successivo, qualcuno lancia
l’idea che la festa debba continuare all’Arboreto: Claudio il dj mette a disposizione
le casse della sua Volvo per “pompare” musica, una delle ragazze porta una
decina di grappe fatte in casa come corollario necessario alle danze. Immaginate,
nel cuore della notte e dispersi in una grande aia nascosta nel bosco, una decina
di “donne” e tre “uomini” scatenarsi al ritmo di musiche anni 80, non paghi di
una giornata passata a trasportare portantine sotto il sole. C’è anche chi,
godendo del fresco notturno, preferisce rimanere ad osservare la festa dalle
panchine sotto il porticato della casa, magari conversando di massimi sistemi
con qualcun altro (ora tarda e alcool aiutano lo sbocciare di tali argomenti).
Quando ormai, dopo l’ennesimo assaggio, i sapori delle varie grappe cominciano
a confondersi e a mischiarsi tra loro, ad uno ad uno i danzatori si ritirano nelle
loro stanze, con dentro l’entusiasmo per la giornata appena trascorsa e per
quella che seguirà l’indomani, al loro risveglio.

Ultime Coordinate

Salve a tutti. Vi annuncio che il narratore in terza persona, che si fingeva
distaccato e all’oscuro dei fatti, è stato definitivamente soppresso. Al suo posto
subentro io, che senza false pretese di obiettività parlerò in prima persona,
assumendomi la totale responsabilità di ciò che dirò. Prima di andarsene,
il narratore distaccato mi ha pregato di ringraziarVi per l’attenzione che gli avete
riservato, e promette che si farà risentire in altre occasioni. Se io glie lo
permetterò, si intende. Buona ultima giornata a tutti.

IV. La grande festa
Finalmente. Siamo pronti, è quasi arrivato il momento della festa per Mondaino.
Dopo quattro giorni di portantine e bauli, dopo estenuanti angoli del cinefilo,
dopo che Pasolini ha cominciato ad abitare le nostre menti con le sue parole
e immagini, dopo ore diurne e notturne nelle quali abbiamo imparato a
conoscerci e a volerci bene, ci siamo. Che cosa succederà? Di sicuro so che
proietteremo i tre “corti” di Pasolini in una piazzetta del paese, allestendo
una bancarella da sagra per offrire alla gente formaggio, frittate, salame, vino,
ecc.. ci saranno anche le lampadine accese, proprio come in un film di Fellini!
Ma questo solo alla fine… durante il tragitto necessario per raggiungere
la piazzetta (in questo momento mi trovo, con tutti gli altri, nella piazza centrale,
vicino al bar che ci ha accolti per l’ultimo aperitivo), succederà sicuramente
qualcosa legato ai quattro giorni di lavoro, ma non ci è dato saperlo. Stefano,
poco fa, ha chiesto:
- Preferite che vi spieghi accuratamente tutto quello che vi farò fare e poi non
vi faccia fare niente di tutto ciò, oppure preferite non sapere nulla e rimanere
in balia delle mie richieste sul momento?!
Quello che è certo, dunque, e che faremo qualcosa, ma cosa e come lo
scopriremo un secondo prima di farlo. La prospettiva mi eccita molto, anche
perché si sta formando un gruppo nutrito di persone pronte a seguirci, una sorta
di pubblico… ci sono anche alcuni “pezzi grossi” del festival di Santarcangelo,
che inizierà fra poco. Chissà che non sia una occasione per qualcuno di noi! ….
(Ecco, ho detto la grande stupidaggine del racconto, ora posso continuare con
più disinvoltura).
È il momento: Stefano ci raduna vicino alle portantine, stiamo per raccoglierle,
ma un istante prima…TWIST! Mi lancio, come tutti gli altri, in una danza
scatenata davanti agli occhi divertiti del nostro pubblico. Cavoli, nascere negli
anni in cui si ballava questa musica nelle discoteche sarebbe stato uno spasso,
altro che la “house” in voga oggi… Il ritmo ci prende tutti, anche due o tre
spettatori coraggiosi accennano qualche passo. La musica finisce. Si parte.
Anzi no, Stefano ha deciso che non è ancora il momento. Al centro della piazza,
poco distante da noi, c’è ancora il palco che aveva ospitato la premiazione
della sera precedente: quale occasione migliore per qualche buona tortura
autobiografica? Spigolo prima e Nicoletta poi sono chiamati da Stefano,
Tom Waits commenta i due racconti. Applausi. Ora si parte davvero.
Prendo su uno dei quattro “bastoni” che servono a reggere la portantina,
iniziamo a camminare, lentamente. Potrebbe essere una processione religiosa,
o un funerale: tre portantine con sopra tre bauli (con all’interno, a loro volta,
il necessario per la festa: il proiettore, il cibo, le luci, ecc..), davanti Ferro
che porta lo schermo arrotolato come se fosse l’immagine del santo o un cero,
dietro 50-60 persone che seguono, in silenzio. Dallo stereo di Claudio,
Domenico Modugno canta, e noi insieme a lui, che tutto il suo folle amore
lo soffia il cielo. Ci fermiamo e, come previsto ad ogni arresto, appoggiamo
le portantine: Stefano prende di peso Silvia, la abbandona al centro della strada,
sui ciottoli ancora caldi per il sole da poco tramontato; fa la stessa cosa con me.
Rimaniamo, per alcuni lunghissimi istanti, a contemplare il cielo scuro sopra di noi.
Totò e Ninetto parlano della “straziante meravigliosa bellezza del creato”
(Queste stesse azioni, così come la canzone di Modugno, le aveva già messe
in scena Pasolini in “Che cosa sono le nuvole?”… in un piccolo e folgorante istante,
mi sembra di cogliere di colpo il significato che si cela dietro alle due misteriose
parole: Secondo Pasolini). Si riparte. Questi momenti, la voce di Totò mentre
mi trovo sdraiato faccia all’aria, la gente dietro a guardare, sono cose che credo
mi rimarranno dentro a lungo.
Ad un segnale di Stefano, l’unica cosa concordata prima, iniziamo tutti a dirigerci
verso le persone che ci seguono: dobbiamo cercare di convincere chi ci sta
di fronte (ognuno sceglierà chi riterrà più idonea/o a tale scopo) a sposarci,
non prima di esserci informati sullo “stato civile” della prescelta/o. Il tutto
immaginando di avere di fronte qualcuno che non sente, di conseguenza
costretti ad esprimerci a gesti. Esattamente come fa Totò in La terra vista
dalla Luna
. Io mi dirigo verso una ragazza bellissima, o almeno così mi pare
nell’ebbrezza del momento. Bruna, altezza giusta, vestita in modo ricercato,
non elegante. Riesco a farmi capire, anche se con qualche difficoltà iniziale.
Accidenti: ha il ragazzo. Non demordo, le chiedo lo stesso se vuole venire
via con me. Non capisce. Ride un sacco, e anche io. Insisto, sempre facendo
gesti piuttosto improbabili. Sorride. Dice di sì! La prendo sottobraccio, iniziamo
ad avviarci insieme…ma questa finzione nella finzione finisce, Stefano ci richiama
all’ordine, si riparte.
Non siamo molto lontani dalla piazzetta delle proiezioni, questa stradina
l’abbiamo percorsa ormai non so quante volte negli ultimi quattro giorni.
La conosciamo come la strada di casa nostra. Stop. Stefano urla:
- Silvia, è il tuo momento!
Di fronte al pubblico attento, Silvia (di Rimini, quella di prima era di Rovigo)
da inizio al suo racconto comico, in altre parole una barzelletta, che nel corso
dei giorni abbiamo avuto modo di ascoltare innumerevoli volte. Le persone
che ci seguono ridono, applaudono nuovamente. Riprendiamo la marcia.
Riesco a scorgere, oltre la curva in lontananza, l’inizio della piazzetta.
Continuando di questo passo, entro cinque minuti arriveremo e cominceremo
a montare tutte le attrezzature, suppongo. A meno che Stefano non decida
di farci fare ancora qualcosa, dato che i materiali a sua disposizione sono
ancora tanti. Io non vedo l’ora di arrivare: il cinema all’aperto, il cibo gratis
per tutti, il festoso clima di cordialità che si instaurerà con perfetti sconosciuti…
cose di questo tipo si vedono solo in qualche festa paesana al sud, oppure
si leggono sui libri che parlano del Teatro delle Ariette… e ora sono qui anche io,
con loro, dei loro. Tutto questo mi risulta abbastanza difficile da realizzare.
Come dice Totò ( Sempre in un film di Pasolini. È quindi Pasolini a dirlo?),
“Noi siamo in un sogno dentro a un sogno”. E, forse, esserne consapevoli non
è fondamentale. La portantina comincia a pesare, i passi si fanno più difficoltosi.
Stefano ci ordina di appoggiare. Poi urla:
- Vai Lorenzo, facci ridere!
Qualcuno mi passa un foglio con le parole di Pasolini. Si tratta del Rimorso per
il cane ucciso
, un articolo scritto per una rivista che abbiamo letto e riletto
in tanti modi diversi questo stesso pomeriggio.
Io, su richiesta di Stefano, avevo tentato la via comica nel leggere il pezzo:
cosa che, di per sé, stona non poco con il contenuto di amara denuncia.
Mi stavano chiedendo, dunque, di ripetere quella lettura comica ora, davanti
a tutte quelle persone. Dietro di me, ammassati in un gruppo vociante, i miei
compagni commentano le mie parole, esprimendo ad alta voce il loro assenso,
applaudendo, ridendo. Inizio a leggere:
- Un giovane di venticinque anni ha ucciso un cane, con una sbarra di ferro:
poi con un coltello ne ha aperto il corpo, e ne ha mangiato il cuore e le budella;
ne ha anche bevuto il sangue. […]
Cerco di dare i toni più grotteschi e melodrammatici, improvvisando tutto
sul momento. Grazie ai miei compagni dietro e ai loro interventi, riesco a
percepire bene il ritmo da dare alla lettura. Concludo in un apice di commozione
e partecipazione: dopo avere letto l’ultima parola, cado a terra in un finto e
ridicolo svenimento. Applausi. Chissà se sono veri, se ciò che ho fatto è piaciuto
sul serio… Forse non lo saprò mai, e forse è meglio così.
Di nuovo con le portantine in spalla. Seguiamo la strada e svoltiamo a destra,
facendo il nostro ingresso nella piazzetta. File di panchine e sedie sono già state
sistemate, forse dalle persone che abitano qui vicino. Alcuni volti noti che abbiamo
incontrato e conosciuto i giorni scorsi sono già in posizione, pronti a godersi
lo spettacolo. Ci sono anche le signore della crostata.
Ognuno inizia a occuparsi delle sue mansioni. Chi taglia il pane, chi versa il vino,
chi monta il proiettore.. Io do una mano ai “tecnici” del cinema all’aperto.
Montiamo le casse, lo schermo. Sull’altro lato della piazza la bancarella
con lucine da festa è quasi pronta, già le prime persone iniziano a rifocillarsi.
I volti della gente amichevoli, divertiti. Le espressioni dei loro occhi sembrano
contenere un ringraziamento, una gratitudine taciuta per la festa e il cibo che
abbiamo loro preparato. Sono occhi che brillano, lucenti. Mi chiedo chi altro
oggi sia capace di provocare queste reazioni nel pubblico tramite il teatro.
Mi chiedo se si possa parlare di teatro. E mi chiedo se “pubblico” sia il termine
adatto a designare un gruppo di persone che segue una processione di
portantine, lungo le piccole strade di un paese di collina.
Ma ormai è il caso di smetterla di porsi delle domande,
sta per iniziare il primo film.


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