home arboreto progetti teatro mondaino memoria sguardi info

Laboratori

IL RITMO DEL TEATRO, OVVERO LA FORMA DEL DESIDERIO
Ambulatorio teatrale condotto da Claudio Morganti

L’ARTE NON SERVE, L’ARTE VA SERVITA
di Filippo Arcelloni

Il laboratorio Il ritmo del teatro, ovvero la forma del desiderio nella sua scheda
di presentazione parla chiaro: per partecipare occorre essere esploratori teatrali
in grado di affrontare i misteri che legano il teatro alla musica, per poi ritornare,
seguendo vecchie o nuovi sentieri, al teatro. E’ necessario prepararsi a
modificare il proprio sguardo impigrito d’attore abituato a considerare il testo
come qualcosa da leggere e interpretare, provando a indossare un nuovo
paio d’occhiali con lenti di una diversa gradazione, capaci di portarci a una
visione ritmico-musicale delle parole.
Andiamo, pronti a percorrere quella zona che lega l’arte del teatro all’arte
della musica, un compito per ricognitori vogliosi di immergersi nella giungla
buia e oscura dello sperimentare. Unico pericolo ritrovarsi sulla strada già
battuta del risultato immediato.
Ma chi è Claudio Morganti? Innanzitutto è un ligure di levante, e ci tiene
a farlo sapere. Pur non possedendo il passaporto per oltrepassare Genova
si è dimostrato, in teatro, un marinaio d’alto bordo che ama smarrire rotte
sicure per andare alla ricerca di passaggi rischiosi. E’ anche un signore
dal volto barbuto e dall’espressione donchisciottesca che ti osserva con
sguardo smarrito e immerso.
Un maestro strano, che si assume il rischio di non dare risposte, preferendo
lasciare domande, che richiedono la fatica di guardare con uno sguardo
diverso il terreno già battuto del teatro. Un percorso di ricerca e tentativi,
con tempi di lavoro blandi, con la voglia di perdersi e perdere tempo
allontanandoci dal testo che noi come attori “vogliamo” mettere in scena!
Un pensiero antieconomico, nemico della produzione teatrale industriale
che in quattro settimane di prove mette in scena uno spettacolo. Un pensiero
d’artigianato antico, di maturazione dei tempi, d’attesa e ascolto costante.
Per seguirlo in un laboratorio bisogna aver voglia di esplorare e giocare,
avere pazienza di seguire un pensiero artistico che avanza a frammenti
seguendo il filo del ragionamento che appare e scompare, come un fiume
carsico, lasciando brevi frasi dense come gocce d’ambra.
Nei sei giorni di lavoro all’Arboreto abbiamo giocato a perdere le tracce
del testo, ad abbandonarlo dimenticandoci delle parole e dei loro significati,
per percorrere le vie della pittura e della musica, diventando pittori e musicisti.
E così il testo, preso alle spalle, è rimasto completamente sorpreso dalla
nostra audacia, colto alla sprovvista si è mostrato nel suo scheletro, nudo
ed indifeso. “Caro testo, io non ti leggo e non ti studio e neanche t’interpreto
ma ti disegno, ti suono, ti batto e ribatto e cerco il tuo colore, il timbro dei
suoni che nascondi nella mia anima perché è da lei che tu inizi e finisci.”

Primo giorno

“Siamo Cavie”
Tra le varie frasi e spiegazioni che Claudio Morganti ci ha dato in questa
prima giornata di lavoro quella che riteniamo significativa per il percorso
del compito che ci apprestiamo ad affrontare è proprio questa: “Siamo cavie”.
Essere cavie vuol dire che saremo noi stessi a essere esplorati e sperimentati,
con l’obbligo di proporci attivamente per poi essere studiati in modo passivo;
saremo esposti a pensieri di radioattività teatrale a cui dovremo reagire.
Dopo un breve riscaldamento, passiamo alla lettura dei testi che ogni
partecipante ha portato, spiegando, poi, motivazioni o casualità della scelta.
Il “testo” ci appare subito come una montagna da scalare, una parete liscia
con pochi appigli. Come dire quello che stiamo leggendo? Da dove partire?
“Gioco e distanza dal testo”, sono le parole di risposta che Morganti ci propone.
Sarà il gruppo in grado di capire questa provocazione?

Secondo giorno

“Le cose leggere con gravità, le cose pesanti con leggerezza”
Iniziamo la seconda giornata di lavoro con il riscaldamento fisico. Training
con lavoro a terra? No! Esercizi di respirazione? No! Danza Kathakali? No!
Una semplice pallina da tennis, giallo fosforescente, da lanciarsi, stando in
cerchio, l’uno con l’altro, vietato farla cadere. Poi le palline aumentano fino
a diventare tre. E’ solo un gioco o qualcosa di più, la pallina che passa di mano
in mano è una metafora delle parole, del testo, della nostra capacità di
modificarci per raggiungerlo, oppure fa parte solo di un gioco?
Incomincia il primo passo d’allontanamento, ognuno di noi leggerà il pezzo
di un altro e sentirà il suo letto da un’altra persona. Annotiamo mentalmente
i cambiamenti, le stesse parole pronunciate da un’altra voce assumono colori
e sfumature diverse, si spengono in pause che ci sorprendono.
A ogni lettura Morganti si inserisce con un commento, una precisazione, un
pensiero sullo stare in scena. “Su un palcoscenico non ci si considera, si fa”,
“altro non sappiamo che mostriamo noi che stiamo su un palco”, “il teatro è
uno spirito, ci vuole leggerezza per lo spirito del teatro”. Oppure ci invita ad
assumerci le nostre responsabilità, rispetto al testo e al suo autore: “Sono
storie che noi ci diamo il diritto di rappresentare con le parole scritte da un
altro, dobbiamo arrivare al punto che queste parole siano scritte da noi”.
“Ogni replica parte morta, io vorrei che la mia replica accadesse lì e vorrei
sorprendermi attimo per attimo e che avesse sempre la stessa essenza e
lo stesso sapore”. Termina così la seconda giornata di lavoro.

Terzo giorno

“Quando l’arte diventa lavoro le cose incominciano a cambiare”
Dopo il consueto riscaldamento tennistico, riprendiamo la lettura dei testi,
il percorso di lavoro non cambia ma ognuno di noi ha avuto il tempo di
approfondire e di cercare nuove impressioni all’interno delle parole scritte.
Morganti incomincia, partendo dal modo, dalla tensione e dalla tecnica usata,
a stendere un tappeto di domande e suggestioni artistiche. In una continua
operazione d’allontanamento dall’immediatezza del testo si sale d’alcuni livelli
di interpretazione, mescolando concetti d’artigianato teatrale a idee filosofiche.
“L’autocensura e l’autoregolazione sono un difetto della nostra specie”: vorrà
forse indicare il punto di partenza delle difficoltà dell’attore nel creare e inventare?
“Quando l’arte diventa lavoro le cose incominciano a cambiare”: parla forse
delle disillusioni del mestiere dell’attore, della lotta che si deve fare per
accettare dei compromessi per vivere?
La giornata di lavoro termina con un compito da sviluppare il giorno dopo:
trasporre il testo in un quadro, potendo scegliere tra quadri già dipinti o
creazioni personali, cercando di comprendere fino a fondo le analogie e i
motivi che ci fanno accostare il senso delle parole scritte al quadro scelto.

Quarto giorno

(Di questa giornata non abbiamo nessuna frase importante da riferire)
Dopo il riscaldamento, a ogni partecipante del corso viene chiesto a quale
quadro accosterebbe il proprio testo, quali sono i rapporti che identifica tra
il testo e il quadro, le dimensioni, i colori, la superficie dove stendere la vernice
e il luogo dove appenderlo. Più le risposte sono precise e articolate,
maggiormente ci allontaniamo dalle parole e le trasformiamo in immagini,
sensazioni, colori.
Finito questo passaggio incominciamo a disegnare su carta quello che per
noi era solo una idea, passando quindi da un progetto immateriale, l’idea
del quadro, a una realizzazione concreta e tangibile, il quadro disegnato.
Particolare attenzione viene richiesta per la ricerca del titolo del quadro,
cercando di essere liberi nella nostra azione di scelta senza però allontanarci
troppo dal testo.
Terminata questa ulteriore azione di allontanamento, con il passaggio
dalla scrittura alla pittura, nella seconda parte dell’incontro incominciamo
a lavorare sulla musica, e in primis ci chiariamo le idee sul significato
delle parole armonia, melodia, ritmo, timbro, andamento e colore nel campo
della composizione musicale.
Cercando di distanziare ancora di più l’elaborato scritto, ci viene chiesto,
come attività di studio per il giorno seguente, di creare una composizione
o pezzo musicale del testo, senza usare strumenti musicali canonici.
Il consiglio è di provare a pensare a una vera e propria esecuzione sonora,
cercando di non cedere alla tentazione di seguire un pensiero esecutivo
concettuale.“Essere liberi di creare, non vuole dire fare per forza una
canzone o un ritmo. Indaghiamo fino in fondo le strutture del nostro testo,
cercando di vederne le peculiarità, e allora riusciremo a trovarne il colore,
il timbro, un adattamento e una velocità”.

Quinto giorno

“In un movimento è importante l’impegno umano del musicista”
Siamo pronti a un nuovo passaggio, le parole scritte che diventano musica.
Ogni partecipante ha passato la giornata a creare un pezzo di suoni o ritmi
ed è pronto ad esporlo, anzi in modo più corretto, a suonarlo. A occhi chiusi
ascoltiamo e cerchiamo di creare dei parallelismi tra i suoni uditi e il significato
delle parole che abbiamo sentito nei giorni passati. Ogni esecuzione porta a
pensieri e suggestioni emotive che richiedono di essere indagate, a ogni
domanda si cerca una risposta legata alla poetica dell’esecuzione.
Morganti richiede più volte di porre maggiore attenzione nel cercare di aderire
il più possibile al testo e al suo andamento, di deconcettualizzare e
desimbolizzare la performance musicale occupandoci maggiormente del
suono, cercando di non anteporci a esso, ma annullandoci, proprio per
poter essere presenti nell’agire e “fare quello che dobbiamo fare”.
Alla fine dell’incontro, una sua frase ci aiuta a comprendere in che direzione
và la strada che abbiamo intrapreso: “Usare un linguaggio sconosciuto,
ci aiuta a prendere delle decisioni sul testo”.

Sesto giorno

“Tanto più ci si allontana, tanto più ci si avvicina”
Ultimo giorno di lavoro, la complessità del lavoro musicale aumenta di grado,
il lavoro viene suddiviso in tre fasi:

Esecuzione delle partiture musicali:
dopo aver eseguito la partitura musicale abbiamo il compito di spiegare
in modo preciso i movimenti, i passaggi di ritmo e di suono in riferimento
alle parole del testo.

2) Scrittura delle partiture delle azioni e dei suoni:
quindi scrivere al lato del testo una partitura musicale dei suoni e delle
azioni effettuate durante l’esecuzione sonora. Le annotazioni dovranno essere
il più preciso e minuzioso possibile, in previsione di una nuova esecuzione
musicale.

3) Esecuzione partiture musicali con emissione sonora:
nella nuova esecuzione ci viene richiesto di aggiungere anche l’uso della voce,
non come canto o lettura, ma come imitazione fedele dei suoni emessi.

4) Lettura del testo:
abbandonando tutto il lavoro musicale eseguito, dopo sei giornate di lavoro
ritorniamo a leggere il testo.

Chiudiamo il lavoro con questa frase di Morganti: “ Il lavoro fatto può averci illuso
o svelato qualcosa che non sapevamo sul testo, sarebbe logico e quindi pessimo,
se io vi chiedessi di fare questo passaggio”

N.B. Dobbiamo aggiungere, per dovere di cronaca, che fare un laboratorio
teatrale con Claudio Morganti non è semplice. Lui è un uomo che rema
controcorrente, contro la corrente della chiarezza e dell’immediato, lascia
domande difficili invece di risposte facili. E tutto ciò, in un epoca in cui si
studia solo per apprendere senza capire, risulta difficile e indigesto.
I suoi spazi di insegnamento sono il laboratorio per il teatro, il bar per
l’aperitivo e il ristorante per la cena.



Menu Sguardi >>>

 

:: www.arboreto.org :: copyright © l'arboreto :: associazione culturale :: tutti i diritti riservati ::