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Residenze
SCRITTURE
AL PRESENTE
AUTORI, SCRITTORI E ATTORI SI CONFRONTANO
CON
L’ESPERIENZA
MILANESE DI CITTA’ IN CONDOMINIO
di Chiara Alessi
“E come?”
Le diverse rappresentanze
di autori e interpreti hanno allora espresso la
propria volontà di
coinvolgimento attivo nel progetto: voci in attesa di traghettare
all’esterno
il cammino interiore delle parole; corpi semi-claudicanti che oscillano
tra
l’ascolto e la sua espressione.
Si è ridiscusso l’importanza di imparare
a leggere e a farsi
leggere, di creare un rapporto fondato essenzialmente
sulla fiducia reciproca.
Se il teatro fosse un condominio inquilini differenti con differenti storie
ed
esigenze si presenterebbero con i propri problemi e interrogativi: abitanti
che
si incontrano in caotiche riunioni e bacheche pullulanti di avvisi e di reclami.
E’ questa la metafora che possiamo ricavare dalla residenza del gruppo
milanese?
Se il teatro fosse un condominio sentirebbe però anche l’esigenza
di evadere
le recinzioni e accogliere i suoi ospiti da fuori, parlando la
lingua della sua città e facendosi conoscere.
Valutando gli esiti della loro proposta, all’inizio i milanesi hanno
dovuto lamentare
le “occasioni perdute” dei numerosi teatranti
mancati all’appello di “Città in
condominio” di
estendere un progetto di scrittura nel contemporaneo.
Hanno cercato di distinguere
lucidamente tra le tante “pacche sulle spalle”
(Renata Molinari)
e le lodi sincere per il merito dell’iniziativa, anche da parte
dei
molti che non vi hanno aderito.
E si sono chiesti il perché.
Sulla questione si è tornati nella mattinata di domenica, nuovo punto
di partenza
e autocritica più che arrivo terminale: l’approdo
all’esterno e gli apporti che ne
vengono sono ritenuti indispensabili.
Roberto Traverso ha individuato in quello attuale un momento di passaggio
nella
riflessione sul progetto, mosso concretamente da un’esigenza
e urgenza
pratica di relazione, ora al confronto con nuovi intendimenti teorici,
estranei
alla fase iniziale.
Il teatro condominio è nelle intenzioni anche un luogo intimo di discussione
e
di dibattito, protetto dall’esterno e allo stesso tempo dotato di
quelle finestre,
sconosciute all’edificio del teatro, che permettono
di affacciarvisi. È luogo
dell’incontro e della condivisione
quotidiana.
Per questo si ricerca la “normalità della scrittura” (Roberto
Traverso):
il rapporto diretto con lo spettatore in vista del recupero di
una comunicazione
immediata e originaria, spesso superata in un contemporaneo
drammaturgico
costruito intorno ai cosiddetti “casi” o “fenomeni” d’eccezione.
“Semplicità” (Stefania Casiraghi), ribadiscono i promotori,
che non significa
semplificazione: i brevissimi tempi di gestazione delle scritture,
la richiesta
di una risposta non cronachistica all’attualità,
la prontezza intuitiva con cui
si chiede agli attori di dar voce ai testi,
sono avvertiti come fattori di complicazione
non trascurabili e fonti di sempre
nuovi interrogativi.
Questo vedono gli abitanti di “Città in condominio” guardando
all’esterno.
Questo avvertiamo dal nostro “osservatorio in campagna” spiandoli:
se il teatro
condominio si trasferisse in una foresteria, per tre giorni
dalle sue finestre non
vedrebbe incroci, traffico, popolazioni urbane. Si
affaccerebbe al suo interno,
incontrerebbe persone con i loro interrogativi,
li obbligherebbe a fermarsi
e condividere.
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di Chiara Alessi
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