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Residenze
CERCANDO EUTOPIE
Mondaino è un luogo felice
di Lorenzo Donati

1. Irruzione e quadro generale

Giovedì 11 novembre 2004. Metà pomeriggio, circa. La macchina, dopo
la consueta uscita dall'autostrada, si appresta ad affrontare le ormai familiari
curve in salita. Asfalto rosso, tipico della “Strada dei vini e dei sapori della
Romagna”. Freddo pungente, con l'aggiunta di nebbia fitta (o sono nuvole basse?)
che rende la visibilità molto immaginaria.
Le frecce indicano “Mondaino km 10”.
Giacomo Verde, con altri quattro ragazzi, sarà sicuramente al riparo nella sala
del Durantino, intento a provare per la performance che si terrà sabato sera.
Io mi appresto a portare un piccolo sconquasso nella loro routine: all'improvviso,
senza averlo chiesto, si ritroveranno una persona che seguirà tutte le prove,
pranzerà e cenerà con loro, e si intrufolerà nel loro intimo giungendo a condividere
lo stesso tetto. C'è da chiedersi se sarò ben accetto (ma è il solito timore pre-arrivo,
che svanisce dopo le prime presentazioni).

Il “Progetto Eutopie” non nasce all’Arboreto: il lavoro nella piccola località fra
Romagna e Marche, inclusa la performance finale, fa parte di un territorio
molto ampio, che Giacomo Verde frequenta da ormai qualche anno. Si tratta
di andare alla ricerca di Eutopie:

Eutopia (luogo felice) e' una delle "radici" usate da Tommaso Moro per coniare
il termine utopia, nel suo libro del 1516”
, recita il messaggio di presentazione
on line. Località sparse per il mondo e a volte con pochissimi abitanti, ma dove
piccole utopie si sono realizzate, dimostrando che un mondo diverso da quello
che conosciamo è realmente possibile. In tale ricerca, Giacomo Verde si è avvalso,
negli ultimi due anni, di molteplici mezzi: un sito internet, che raccoglie
l’esperienza della performance realizzata con gli studenti dell’Accademia
di Macerata; uno studio, realizzato a Cascina (Cercando Utopia, primo studio
sul futuro possibile
); quattro installazioni (Inconsapevoli macchine poetiche
sull’utopia
). Il tutto coordinato tramite www.eutopie.net , dove è possibile
consultare e scaricare i materiali delle esperienze appena citate. All’Arboreto,
quindi, sarà aggiunta un’ulteriore tessera in un mosaico già molto ricco,
e che non prevede certo di arrestare qui la sua crescita.
Intanto, come sempre, una quantità di domande in continua autoalimentazione
affolla i miei pensieri.

Com’è possibile che cinque persone, nel ristretto tempo di quindici giorni,
riescano a preparare uno spettacolo da mostrare ufficialmente a un pubblico?

s Come possono trovare l'accordo sui materiali così delicati che si sono scelti,
le nuove utopie?

Ma si tratta di “teatro”?

Riusciranno ad arrivare ad un prodotto coerente e unitario, visto l'alto tasso
di tecniche audio-video che intendono usare?

Le domande, si sa, ancora di più che gli esami, non finiscono mai.
E allora eccone altre: come sarà possibile raccontare questa “residenza creativa”?
Come ci si calerà in una esperienza che ha avuto inizio dieci giorni fa, piombando
all'improvviso nel lavoro degli artisti e pretendendo di avere gli strumenti necessari
per raccontare con sufficiente completezza?
Preparativi prima di partire: raccolta di informazioni preliminari, per non fare
la figura dello sprovveduto. Dal web: stampa e lettura dei materiali sui quali
si intende lavorare in Cercando Utopie all'Arboreto; lettura dei messaggi
per lanciare il progetto; lettura del messaggio di presentazione della
residenza creativa.


Si sta per aprire la porta della sala del Durantino. Poi solo le rampe di scale.
Fino all'inevitabile incontro. Quale il seguito?

****
Una grande sala rettangolare. Sul lato corto, vicino all'entrata, una consolle
gestita da uno dei performer, per luci e audio. Al centro, un grande telo
trasparente, forse per ospitare le proiezioni video. Sul lato destro, Giacomo
Verde e uno degli altri performer, governano i computer per i live sets.
I due componenti rimasti danno vita alle azioni sceniche propriamente intese.
Il primo colpo d'occhio, fugace e impreciso, si presenta, più o meno, così.
Velocissime presentazioni, con strette di mano annesse.

Puoi sederti là, sei fortunato, stiamo per riprendere dall'inizio della performance,
così cominci a farti subito una idea generale!


Cinque sacchi neri per altrettante persone che vi entreranno. Poi, insieme,
dovranno gettare un pugno di terra verso l'alto. Emiliano, uno dei due attori,
legge le parole del subcomandante Marcos. Proiettati sul telo, i video recitano
che “questa è una terra degne e ribelle”. Le prove, seppure a due giorni dal
debutto, si interrompono spesso. Le esatte posizioni dei performers, nella
scena iniziale, vengono discusse meticolosamente. Occorre calibrare con
quanta foga lanciare la terra, e verso dove. Occorre togliersi i sacchi mettendoci
lo stesso tempo. Nulla, all'interno di una singola scena, viene lasciato al caso.
Solo in seguito, dopo che i contorni della scena sono stati assimilati, vengono
inseriti all’interno eventuali elementi di improvvisazione. Stefano e Giacomo,
con i computer collegati a proiettori, manipolano in diretta le immagini:
le videocamere riprendono un uovo posizionato su un banchetto, illuminato
da un microscopico “occhio di bue”, mentre Aljzia esegue delle azioni che
porteranno a romperlo. Sullo schermo, l'uovo appare in due metà: la prima,
recante l'effige “PASSATO”, mostra l'uovo e le azioni con un lieve ritardo
temporale rispetto alla realtà; La seconda, “FUTURO”, ci fa vedere in maniera
sfocata e con un sensibile scarto di tempo ciò che avviene nel “QUI ED ORA-
PRESENTE” della performance, ovvero il tempo e il luogo inafferrabili dove
agiscono i nostri cinque.
Per marcare ancora di più tale differenza, Alizja scrive sulla superficie dell'uovo
“presente”, mentre Emiliano passeggia sulla scena mostrando un pc con la
scritta “qui ed ora”.
Una delle cose che porta via più tempo in aggiustamenti, limature, piccoli
spostamenti e controlli vari è la resa delle immagini proiettate. Essendoci
due computer “live”, il sincrono fra i due è indispensabile.
Ancora Marcos, tramite la voce di Emiliano. Nel frattempo Alizja, guadagnato
il centro della scena, si esibisce in una danza. Le immagini alle sue spalle,
che la riproducono sfumando i contorni, rendono i movimenti filiformi e surreali.
E intanto il tempo continua il suo corso, come intuiamo assistendo all'immagine
centrifuga di una chiocciola.
Alizja e Emiliano si appostano sul fondo della sala, e fingono ripetuti svenimenti.
Giacomo, che li sta riprendendo, non è soddisfatto della resa video: chiede loro
di ripetere l'azione svariate volte. Si tratta di un divertissement che fa parte
solo delle prove o è la performance? Giacomo non è realmente contento
dell'immagine o le ripetizioni sono previste nel continuum dello spettacolo?
Per ora, non è possibile ricavare una risposta sicura. (Che sia questo l'effetto
ricercato anche per sabato sera?)
“STOP!!!” “DOBBIAMO RIFARE I SUONI; SI E' PERSO TUTTO.”
Pier Paolo, il performer “fonico”, irrompe sulla scena, microfona Emiliano
e gli impone di prendere i suoni della sala. Dopo vari tentativi, ci si accorge
che i proiettori, ovvero il suono della luce, disturbano il silenzio. Occorre spegnerli.
“MA FA PIU' RUMORE UN ALBERO CHE CADE O UNA FORESTA CHE CRESCE?”
… … … E' stata una irruzione reale? O fa parte della impressione di aleatorietà
che la performance dovrebbe suscitare? ...
Pausa. Necessità mentali e fisiologiche. Si fanno le scale e ci si accomoda
nelle sedie del bar della piazza porticata di Mondaino. Sosta per riflettere
sul lavoro svolto. Nel solito angolo, comincio a conoscere i cinque partecipanti
di Cercando Utopie. Spiego a Giacomo il perché della mia irruzione fra di loro.
Inizio a chiacchierare con i quattro ragazzi. E ascolto.
Stando attorno al tavolo, ci si rende subito conto che la residenza creativa
significa vivere a stretto contatto per un determinato periodo di tempo,
condividendo tutto o quasi, in modo da avere la mente occupata esclusivamente
dal progetto comune che si sta portando avanti. Non stupirà, dunque, che
anche le pause siano totalmente occupate da pensieri e discussioni sul lavoro,
sulla direzione che sta prendendo. Eccone un esempio.

Dialoghi al Bar

Emiliano: “Non lo so, mi pare che in questa ultima fase del lavoro ci stiamo
troppo concentrando su di una forma... siamo impegnati a dare una fisionomia
precisa al lavoro, è come se stessimo cercando di fissare e stabilire il materiale...
invece, secondo me, dovremmo fare in modo che tutto il nostro lavoro possa
ancora subire una sterzata... dobbiamo essere in grado di farlo sterzare
totalmente...

P. Paolo: “ E' vero, stiamo lavorando per fissare, però tieni presente che sarà
la sera della performance, e solo in quel momento, che verrano fuori con
esattezza le cose... tutto il lavoro che stiamo facendo in questi ultimi giorni
è in funzione di sabato sera, è lì che capiremo che fine farà il lavoro di questi
giorni... è lì, probabilmente, che muteremo i nostri materiali, li re-inventeremo...

Alizja: “Infatti, anche per me è così... ora stiamo lavorando per dare una
fisionomia generale, delle linee generali... stiamo tentando di acquisire una
struttura. Ma lo facciamo per poi essere liberi di giocarci dentro.



****
Siamo al giorno seguente. Le prove riprendono laddove, per questioni di tempo,
si erano dovute interrompere.
Eutopic TG: un vero e proprio notiziario, con due giornalisti a busto intero
(Alizja ed Emiliano) che leggono le news, commentando le immagini sullo
schermo. Ma c'è qualcosa di inusuale: al posto delle consuete informazioni
sulle catastrofi dell'ultima ora, alle quali ci hanno abituati i telegiornali,
vengono portate solo notizie “positive”, legate a piccole realtà nel globo
dove qualche utopia si è realizzata.
Dopo aver smesso i panni da giornalisti, i due performer tornano sul fondo sala,
dove già avevano fatto l'enigmatica scena degli svenimenti. Questa volta,
danno vita a un bizzarro scambio di figurine: al posto dei canonici calciatori
Panini, i due si scambiano i volti di antenati famosi (Marx, Martin Luther King,
Bakunin, Leopardi ecc.), distinguibili dalle loro immagini che scorrono sul telone.
Al termine di ogni “baratto”, Emiliano appicca il fuoco ai piccoli fogli di carta
e ne ripone le ceneri in una tazza. Il concime così ottenuto, andrà ad alimentare
il terriccio di una piantina gialla. Buio.
Immagini di folle che manifestano, seguite da parole sull'oppressione che porta
con sé il potere.
Compare un piccolo scarafaggio. Titoli di coda.
Dopo una breve pausa, ormai sono le 20.30 di venerdì (in altre parole a
ventiquattro ore dal debutto), si è pronti per fare la prima vera “filata”
dall'inizio delle prove.


2. Di chi (e di cosa) stiamo parlando: frammenti di interviste

Per capire meglio l'oggetto in questione, la residenza creativa che si è tenuta
dall'1 al 14 novembre 2004 all'Arboreto, abbiamo pensato di dare voce
direttamente a chi vi ha partecipato. Chi meglio può descrivere due settimane
di lavoro comune, infatti, se non coloro i quali le hanno vissute nella loro
intierezza? Raccogliendo brevi testimonianze dai quattro performers e da
Giacomo Verde, siamo riusciti a capirne di più circa gli intenti e le aspettative
di ognuno, abbiamo tentato di fare chiarezza riguardo al metodo di lavoro
adottato, e abbiamo cercato di gettar luce sulle idee estetiche del gruppo.
Oltre a una interpretazione personale di Eutopia, chiediamo loro di chiarire
quale sia stato il percorso che li ha portati all'Arboreto, e come siano riusciti
a coniugare i propri strumenti individuali con un lavoro che è stato,
per necessità, collettivo.
Li abbiamo incontrati in quel limbo che separa la fine di un periodo di prove
dalla loro inevitabile ripresa (pause, rari momenti di relax, spostamenti
da un luogo all'altro...). Facendo in modo, insomma, di rubare ritagli di tempo
senza portare via neanche un secondo alla costruzione della performance.


- Intervista a Giacomo Verde >>>
- Intervista a Emiliano Campagnola >>>
- Intervista a Alizja Ziolko >>>
- Intervista a Stefano Cormino >>>
- Intervista a Pier Paolo Patti >>>



3. Schizzi sul metodo di lavoro

Una degli aspetti che emerge con maggiore chiarezza, leggendo le interviste,
è il metodo di lavoro “aperto” adottato da Giacomo Verde. Stefano, Pier Paolo,
Alizja e Emiliano, quasi fossero d’accordo prima, hanno tutti sottolineato questa
componente. Prendendo come punti di partenza alcuni concetti nodali nel
discorso sulle Eutopie (per fare un esempio: la dignità), ognuno ha fornito
le proprie interpretazioni personali le quali, dopo la discussione comune,
sono divenute materiale per la costruzione della performance. In ogni momento
del lavoro, in qualsiasi ambito, ogni componente è stato libero di “dire la sua”
sull’oggetto in questione (eccettuando, ovviamente, gli aspetti puramente
tecnici, legati alle diverse competenze personali e specifiche).
Durante gli ultimi giorni di prove, spesso i performers si sono soffermati
lungamente su questioni che, a un occhio inesperto, parrebbero richiedere
poco tempo: in che punto eseguire il passaggio da un video a un altro,
in quale momento fare partire la musica del TG, come sistemare i piedini
dei proiettori affinché le due immagini sul telone siano perfettamente in linea.
Altre volte, invece, le discussioni hanno riguardato faccende più di sostanza:
per tornare al TG, la scelta della “sigla” di apertura è stata dibattuta fino
agli ultimi istanti di prove. Anche i testi, ovviamente, sono stati scelti insieme.
Dopo una prima fase di raccolta e selezione, si è arrivati a una impianto
drammaturgico finale, concordato da tutti. Nonostante questo, sempre
per quanto riguarda le ultime giornate di lavoro, è stato ancora possibile
muovere perplessità su una determinata scelta, oppure proporre dei nuovi
passaggi da inserire nella performance. Vediamo, a questo proposito,
un esempio:

Pier Paolo: “Secondo me, questa battuta andrebbe detta, a me piace molto:

“Di una sola cosa parla la nostra parola.
Una sola cosa guarda il nostro sguardo.
Il riconoscimento dei diritti e della cultura indigena.
Un luogo degno per il colore della terra.
È ora che questo paese smetta di essere una vergogna vestita solo
del colore del denaro.”
Militant A (Assalti frontali), Il viaggio della parola, la potenza del linguaggio Zapatista,
DeriveApprodi, Roma, 2001. Pg 105

Secondo me dovremmo dirla, alla fine. Nel mondo c'è tanta ipocrisia, invece
così diciamo le cose come stanno…
Giacomo: “Per me, invece, è meglio non dirla... oppure non metterla alla fine
di tutto. La possiamo leggere, ma se il pubblico la trova alla fine, secondo me
ne sarà infastidito... è una sottolineatura che non ci sta, è un calcare la mano
che il pubblico non può non avvertire.
Emiliano: “Sono d'accordo, quella frase starebbe bene come finale se questo
fosse uno spettacolo di denuncia, invece non lo è.. è un luogo felice. Sarebbe
un dire in modo troppo diretto cose che la performance già riesce a dire in
modo più sottile, più fine.
Stefano: “ E poi, parliamoci chiaro: qua ci stanno un sacco di attrezzature
costossime... il mio computer costa 2000 euro, gli altri pure... fra telecamere,
proiettori e mixer in scena c'è un patrimonio, come facciamo a parlare
della vergogna dei soldi?!”


Anche la parte prettamente attoriale della performance si è basata su continui
aggiustamenti “collettivi”: si è dibattuto su come leggere una determinata frase
o su che tipo di intonazione adottare, per fare due esempi ricorrenti. Ma, anche,
sono stati costruiti meticolosamente i movimenti precisi per ogni azione: quale
traiettorie adottare per posizionarsi nel modo giusto nella scena del TG, quale
ritmo dare a una danza affinché la resa video sia soddisfacente ecc..
Non sono mancati, ovviamente, momenti di perplessità e di dubbio. In un caso
è stato necessario ridiscutere completamente il senso di una particolare scena,
in modo da ritrovare un accordo generale sul passaggio. Vediamolo in dettaglio.

Emiliano non è convinto, non riesce a dare la giusta interpretazione, non si sente
a suo agio (ci troviamo alla scena degli antenati):

Non so... non capisco quale sia la linea della scena... quando l’abbiamo
provata l’altro giorno, mi sembrava diversa... mi pare che ci contraddiciamo
troppo... Perché dobbiamo per forza fare questo gioco dello scambio?
Non possiamo solo bruciare le figurine in silenzio, senza parlare? Intendo dire,
perché è necessario sporcare le azioni con la parola?
Non potremmo solo eseguirle?


Giacomo spiega il senso della scena, ricordando al performer che la direzione
di essa era stata concordata ed elaborata in precedenza, attraverso
la discussione comune:

Occorre mantenere sempre attivi due piani, e muoversi tra di essi, giocarci...
l'importante è evitare di essere lineari, creare continue sfasature.
Se la facessimo solo bruciando le figurine sarebbe una scena tragica!
Con le parole, trovo che si riesca a mantenere una certa giocosità,
che è quello che ci interessa... dobbiamo cercare di creare sempre almeno
due piani, e saltare continuamente dall'uno all'altro.



4. Dimora poietica. Vale a dire “Residenza Creativa”


Quindici giorni di lavoro insieme. Senza avere chiari i contorni di quello che
si andrà a fare. Ognuno con competenze specifiche e assolutamente diverse
da quelle degli altri. Un tema generale: le Eutopie, i “luoghi felici”. Le parole
di Marcos, di Galeano e altri, più alcuni video e musiche, potranno dare
un primo orientamento, fungendo da veri e propri materiali preparatori.
In tutto questo progetto, di per sé stimolante, c'è un valore aggiunto: le cinque
persone che vi hanno preso parte hanno condiviso quotidianamente tutte le
loro azioni. Ogni momento della giornata (inteso come periodo compreso fra
il risveglio e il tornare a letto) viene vissuto insieme agli altri. Il caffè della mattina,
con le immancabili battute indirizzate ai più dormiglioni del gruppo; i poco
esaltanti turni per lavare i piatti; le pause pranzo, consumate in tutta velocità
spesso con precari panini; fino alla cena e al ritorno alla foresteria nel bosco
dell'Arboreto, luogo privilegiato dove trascorrere le ultime ore in compagnia,
magari rilassandosi di fronte a un buon bicchiere di vino. Del tutto normale,
dunque, che il lavoro per la performance non si esaurisca all'uscita dalla sala
del Durantino, ma continui, accompagnando i cinque residenti fin sulla soglia
delle rispettive camere da letto. Una totale full immersion creativa, dove ogni
pensiero non può che essere incentrato sul fine comune da ottenere.
Un Grande Fratello di quindici giorni, dove si costruisce, insieme al progetto
spettacolare, una condotta etica comune. Anzi, verrebbe da dire, è proprio
in virtù delle regole e delle abitudini comuni, che il risultato artistico finale
uscirà più o meno felicemente.
Ci siamo permessi di “rubare”, dal chiuso della sala da pranzo della foresteria,
una delle tante conversazioni che si sono sviluppate al termine della giornata
di prove, poco dopo avere consumato una meritata cena.
Riuniti attorno al tavolo, soddisfatti per avere dato ottima risposta ai bisogni
dell'appetito, sentiamo cosa hanno da dirsi i componenti “in cerca di Utopie”.
Come fossimo ad una tavolata di amici, i turni di battuta saranno alternati
fra varie “voci”, senza che sia fondamentale riconoscere immediatamente
l'autore dell'atto verbale (per questo, si è scelto di specificare solo in fondo
ad ogni battuta il nome della persona che l'ha proferita).

Mi piacerebbe proprio sapere, dopo quasi due settimane di lavoro insieme,
una cosa fondamentale che forse non vi ho mai chiesto.. o, meglio, della quale
non abbiamo mai parlato in maniera diretta: ma voi, che ci fate qui?!!
Intendo dire, come vi è venuta la convinzione di partecipare a Cercando Utopie?
Cosa vi aspettavate? E adesso che ormai siamo alla fine, che ne pensate?
(Giacomo)

Io, se devo essere sincero, sono venuto per imparare! Come sai, lavoro
già da tempo con il video, però volevo approfondire il discorso, soprattutto
conoscendo il tuo modo di lavorare, che mi ha sempre attirato... speravo
di imparare una modalità nuova di utilizzare le tecniche video, e, devo dire,
questa esperienza mi è servita molto... ad esempio, il programma che mi serve
in scena per i video non lo avevo mai utilizzato in questo modo..
(Stefano)

Io voglio ringraziare Giacomo... con lui ho finalmente avuto modo di
sperimentare una metodologia di lavoro veramente interessante.
Fin dall'inizio, trovo che abbiamo lavorato in modo veramente aperto.
Giacomo non ci ha imposto una sua visione, un recinto ben delimitato dentro
il quale noi dovessimo semplicemente eseguire, ma “solamente” tracce, percorsi.
E ognuno di noi, all'interno di quella traccia, è stato veramente libero di muoversi,
innovare, sperimentare.
(Emiliano)

Sono d'accordo, anche se ho fatto fatica ad accettare questo metodo “aperto”,
soprattutto all'inizio. Per come sono fatto io, a volte avrei bisogno di una persona
che mi dica cosa devo e cosa non devo fare, se una scena va bene o è da rifare...
il metodo adottato da Giacomo, dove ognuno è stato libero di dire la sua in
qualsiasi circostanza, è stato molto interessante e coinvolgente, però, a mio
modo di vedere, ha inevitabilmente portato un po' di dispersione... certi passaggi,
per esempio, ci hanno portato via molto più tempo di quanto non sarebbe
successo se ci fosse stata una figura forte che prendeva decisioni.
(Stefano)

Però, tieni presente che, trattando temi così delicati come le Eutopie,
un metodo di lavoro dove ognuno dice la sua è forse l'unico possibile
per arrivare ad un risultato finale che sia condiviso da tutti..
(Emiliano)

Per quanto mi riguarda, l'unica “pecca” nel lavoro di queste due settimane,
è stata che non siamo riusciti a mantenere quella intercambiabilità dei ruoli
dalla quale eravamo partiti è che era un elemento sul quale ci tenevo a lavorare...
sarebbe stato bello se Pier Paolo, dalla sua postazione suoni-luce,
all'improvviso fosse venuto al mio posto al computer, o al posto di Alizja
a danzare.. e così per ognuno di noi. È un elemento che mi intriga molto,
e sul quale vorrei lavorare negli sviluppi futuri della performance.
(Giacomo)

È vero, anche se il poco tempo a nostra disposizione e la necessità di arrivare
a una “forma” da presentare a un pubblico hanno spinto in senso contrario
rispetto a ciò che tu dici... la divisione e poi fissazione dei ruoli sono venute
naturalmente, senza che nessuno le abbia cercate, credo..
(Pier Paolo)

Personalmente, questa questione dei “ruoli” e delle varie tecniche all'interno
di uno stesso spettacolo, è una delle cose che mi stanno più a cuore...
spesso ho visto spettacoli che mischiavano lavoro d'attore, musiche, video,
ma erano tutti elementi scollegati, che funzionavano su piani paralleli...
sono venuta qui a Mondaino per cercare di capire se è possibile lavorare
affinché questi elementi così diversi trovino la loro necessità di coesistenza,
in modo che ognuno, pur nella sua particolarità, sia indispensabile alla
performance-spettacolo.
(Alizja)

Io, invece, ho trovato molto proficua la condizione di vivere insieme qui
all'Arboreto... il nostro lavoro è cresciuto insieme a noi quotidianamente,
lo abbiamo interiorizzato anche grazie a questa full immersion di quindici
giorni... per esempio, dopo che la settimana scorsa siamo stati in piedi tutta
la notte a parlare del concetto di dignità, ora mi sembra che qualsiasi cosa
verrà fuori domani sera sarà sentita, non sarà solo “esecuzione”, ma una
cosa mia, in tutto e per tutto.
(Pier Paolo)

Quello che dite sul lavoro comune mi trova perfettamente d'accordo...
basta considerare il mio caso, il mio modo di lavorare abituale che è mutato
in modo sostanziale inserito in questa circostanza... per esempio, in questa
performance, ci sono video molto semplici, rispetto al mio “standard”.
In genere faccio cose molto più elaborate, molto complesse. Qua, invece,
mi sono reso conto di avere fatto più “teatro” di quanto non faccia di solito!
Ho curato molto di più certi elementi del lavoro prettamente teatrale,
quando io, solitamente, prediligo lavorare sul video. (Giacomo)

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Testo di Chiara Alessi


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