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Residenze
CERCANDO EUTOPIE
Intervista con Giacomo Verde

Il lavoro impostato in Cercando Utopie, si è basato sull'incontro fra cinque
persone con percorsi e strumenti di lavoro differenti, provenienti da ambiti
artistici diversi. Come sei riuscito a connettere queste diversità al fine
di una creazione collettiva? Come si è svolto il tuo lavoro di “coordinamento”,
nello scegliere le specificità che ritenevi più adatte alla performance,
all'interno di ogni individualità?

Fin dall'inizio, credo di avere cercato di impostare il lavoro facendo in modo
di rispettare le singole personalità. Ho preso quello che è venuto fuori
in questi quindici giorni di lavoro a fianco a fianco. Abbiamo ascoltato
ed esaminato quello che ognuno aveva da proporre, rielaborandolo insieme
per farlo divenire materiale scenico. Credo nella creatività personale di ogni
individuo: se esiste un’esigenza comunicativa forte, allora si è pronti per stare
in scena, si è credibili. Questo al di là delle regole della costruzione teatrale.
Va subito detto, poi, che la performance non è un punto di arrivo, ma l'esito
di questi quindici giorni: è l'inizio di un percorso, che ha come obiettivo
il mutamento, l'accrescersi dei materiali in corso d'opera. Quando ci siamo
incontrati per la prima volta, qui a Mondaino, nessuno di noi aveva chiari
i contorni che avrebbe assunto il nostro lavoro sulle Eutopie... ci siamo mossi
attraverso continui aggiustamenti di tiro, facendoci guidare giornalmente
dal lavoro comune. Il fine, in questo caso, lo abbiamo cercato quotidianamente,
confrontandoci: è il processo che ha mostrato il fine, non il contrario.
Io non ho scelto le persone ma loro hanno scelto di collaborare al progetto.
Ho chiesto solo ad Emiliano di collaborare perché sapevo del suo interesse
alla creazione video-teatrale. Alizja, Stefano e Pierpaolo sono amici e
collaboratori di Emiliano, e conoscendo il mio lavoro e condividendo i temi
che avremmo affrontato, hanno deciso di collaborare alla realizzazione
della performance.

Seguendo le prove, durante questa residenza creativa dell'Arboreto,
abbiamo avuto l'impressione che il vostro lavoro si sia mosso cercando
di distanziarsi da quelli che sono i canoni tradizionali di teatralità, alla ricerca
di una performatività che non sia immediatamente riconducibile a
schematizzazioni e etichette. Qual è il tuo rapporto con il teatro?

Mi sento di poter affermare di conoscere bene le regole teatrali, avendo
lavorato in questo campo per tanti anni. In effetti, il mio lavoro parte da
questa domanda: una volta assimilati i codici e le convenzioni del fare
teatrale, come riuscire ad andare oltre, verso un'altra direzione?
Quando penso agli anni '80, mi vengono subito in mente certi modi di fare
dai quali cerco di allontanarmi con ogni mezzo: in quegli anni, quando
si parlava degli spettacoli (mi riferisco alla critica, ma non solo..) c'era
l'abitudine di scomporre l'evento in varie parti non comunicanti, dove
ognuna necessitava di un suo giudizio. Era frequente trovare recensioni
del tipo: “Bello il lavoro dello scenografo, buono l'uso della luce, bravi gli attori”
e altre schematizzazioni di questo tenore. Per questo, penso che sia giunto
il momento di smettere di cercare il bravo attore. Io non voglio il bravo attore!
Non voglio che l'attenzione si concentri solo sulla tecnica o sulla forma “teatrale”
ma principalmente sul contenuto.
Anche nel lavoro impostato qui all'Arboreto, abbiamo sempre cercato di seguire
una linea di performatività, alla ricerca di un “non-teatro”, verso un qualcosa
che stia a cavallo fra i due versanti: teatro e performance pura. Sia per togliere
“elementi direttamente riconoscibili” come “teatro” sia per realizzare un'opera
che sia riproducibile anche da “non-teatranti”o meglio da non-attori.

Non credi che questo continuo trovarsi su di un “crinale”, come ci ha appena
detto, possa depistare chi guarda dal tema che tratti?

No, al contrario. Questo tipo di ricerca mira a rendere il pubblico più
consapevole. Cerco di fare prendere coscienza sia dei temi che tratto,
sia della forma attraverso la quale li presento. In questo caso la forma
è anche il contenuto. E' una specie di nuovo “straniamento” brechtiano
che fa parte di una linea di ricerca artistica che vuole “comunicare” ed
essere esteticamente valida rinunciando a quella che definisco “aura
artistica” e alla conseguente mitizzazione della creazione teatrale.
Vorrei fare vedere a chi guarda il “contenuto” e il “contenitore”, la “poetica”
e la “macchina”, il davanti e il dietro. È come se tentassi di costringere
il mio spettatore a restare costantemente vigile su questi due piani.
Questa, forse, è l'utopia di questa performance: la trasparenza della
comunicazione artistica. E comunque questo problema del “teatro o
non-teatro” è una cosa che riguarda essenzialmente gli “addetti ai lavori”.
Mi è spesso capitato di sentire giudicare le mie performance come
“non-teatro” eppure il pubblico era ugualmente molto felice.

Cercando Utopie sarà visibile in altre occasioni? Sarà “replicato”?

Questa è la scommessa di partenza. Dove per “replica”, però, non si intende
solo il suo uso comune di rifacimento dello spettacolo in tanti luoghi diversi.
Mi piacerebbe che la performance potesse essere replicata anche solo
da alcuni componenti del nostro gruppo originario, o che ne venissero riprese
solo alcune parti, a esempio. Oppure che altre persone, in un altra parte
del mondo, possano capire ciò che abbiamo fatto e rielaborarlo in modo
autonomo. Il problema vero, quindi, sarà inventarsi una forma di trascrizione
realmente efficace. È quello che ho già cercato di fare con i materiali
di partenza che ho messo on-line e con il blog, dove ho fatto una cronaca
del nostro lavoro. Anche i materiali “finali”di questa performance saranno
on-line sul sito www.eutopie.net.
Comunque continueremo a lavorarci sia a Mondaino che alla Città del Teatro
di Cascina nel corso del 2005.



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