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Residenze
CERCANDO
EUTOPIE
Intervista con Emiliano Campagnola
Come prima cosa,
ti chiederei di spiegarci, in sintesi, chi è Emiliano
e qual è stato
il percorso che l'ha portato qui all'Arboreto nella residenza
creativa
con Giacomo Verde.
La domanda che mi fai
richiederebbe una spiegazione molto ampia ma,
non essendo questo il luogo
adatto a tal fine, cercherò di ripercorrere
le
tappe fondamentali delle mie esperienze passate tentando di essere
il più sintetico
possibile. Mi chiamo Emiliano Campagnola, ho studiato
al centro sperimentale
di cinematografia di Roma e ho fatto vari studi
di specializzazione
in città europee con il pedagogo Yuri Alschizt.
Dopo la scuola di cinema,
ho cominciato a lavorare anche come videomaker,
oltre che come attore, lavorando
alla realizzazione di alcuni filmati da inserire
all'interno di spettacoli
teatrali. Erano spettacoli sensoriali, dove lo spettatore
veniva guidato
attraverso un percorso di sensazioni, e io mi occupavo della
vista proponendo,
appunto, delle proiezioni. Poi, un bel giorno, leggendo
un libro che si chiama “Teatro
e mondo digitale” di
Antonio Pizzo, ho conosciuto
il lavoro che stava portando avanti Giacomo
Verde. Nel giro di qualche tempo,
decisi di mandargli una mail. In quel
periodo, Giacomo stava provando
a Castiglioncello Storie mandaliche,
e mi ha invitato a seguire le prove.
In questo modo, quindi, sono riuscito
a conoscere un po' più approfonditamente
il metodo di lavoro di
Giacomo, che trovo molto aperto, intuitivo, ... concentrato
sulla ricerca
di quale possa essere il ruolo dell’immagine a teatro coniugata
con
la presenza dal vivo del “narratore”, piuttosto che dell'attore.
Ho avuto modo
di conoscere, seguendo queste prove, un aspetto del lavoro
teatrale che non
conoscevo. Essendo abituato a un approccio “immersivo” nei
confronti
del personaggio da rappresentare, sono rimasto piacevolmente
sorpreso
dal lavoro di Giacomo a Castiglioncello, che ha saputo coniugare
l'arte antica
della fiaba con il suo lavoro sulla video-tecno-performance.
Dopodiché siamo
rimasti in contatto, ci siamo rivisti a Roma in
un’altra occasione, infine Giacomo
mi ha chiesto di partecipare
alla residenza creativa qui all'Arboreto.
Hai parlato di
metodo di lavoro “aperto” di Giacomo. Vorrei
sapere qual è stato
il tuo apporto, come singolo individuo con il
proprio percorso e i propri
strumenti di lavoro, nella realizzazione del
progetto collettivo Cercando Utopie.
L'apporto personale
mio, ma credo anche degli altri miei compagni, consiste
nel mettersi
a totale disposizione della collettività. Abbiamo lavorato
partendo
da alcuni concetti sulle utopie proposti da Giacomo, utilizzando
come base
comune la lettura di vari libri incentrati su questi temi. I
libri di Galeano, Bignardi,
Mattelard, per esempio, ci hanno fornito molti
spunti sui quali abbiamo cominciato
a scambiarci idee, pareri. Alcuni “punti
fissi” si sono cominciati a delineare: idee e
suggestioni che Giacomo
cercava, di volta in volta, di organizzare e fissare
attraverso la discussione
comune. A partire da tali concetti di base che
ritornavano, ognuno proponeva
una sua ipotesi di messa in scena, una sua
visione performativa, che abbiamo
poi cercato di montare insieme alle altre
in maniera coerente.
Il mio apporto personale, ripeto, è stato un lavoro su me stesso,
inteso come
la necessità di mettere da parte le velleità attoriali
non per scomparire nel
gruppo, ma per dare voce a tutti. Io eseguo delle
letture in scena: trovo che
sia una forma onesta, semplice e diretta.
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