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CERCANDO EUTOPIE
Intervista con Stefano Cormino

Chi è Stefano? Quale è stata la molla che lo ha spinto a trovarsi qui
all'Arboreto, all'interno del progetto di Giacomo Verde?

Diciamo che, essenzialmente, oggi inizio a definirmi videomaker. Sono un
amante dell'immagine, del linguaggio per immagini... trovo che sia la forma
più consona al mio modo di essere, la forma che meglio si adatta alle mie
esigenze di espressione. Ho la pretesa, attraverso le mie immagini,
di influenzare chi guarda, ma senza imporre alcunché. Dopo una breve
esperienza nel fumetto, ho deciso di dedicarmi totalmente al video,
frequentando un corso di montaggio cinematografico di due anni a Roma.
Da circa un anno e mezzo, mi dedico esclusivamente a questo campo
e sto cercando di farlo divenire il mio mestiere. Come molti, ho mosso
i miei primi passi facendo cortometraggi. In seguito, ho avuto esperienze
in svariati ambiti, da live sets insieme ad alcuni amici che si occupano di
musica elettronica, ai documentari, fino a video per convegni. Un ambito
che mi interessa molto e che avevo già cominciato a sperimentare prima
di venire qui, si riferisce a un uso del linguaggio per immagini diverso da
quello cinematografico, che non preveda una narrazione. Forse anche grazie
alla mia formazione da montatore, ho sempre apprezzato un uso delle immagini
per associazione, molto più libero rispetto alle regole tradizionali... in questi casi,
la responsabilità principale riguardo all'attribuzione di un senso alle immagini
dipende dal fruitore, e questo lo trovo molto stimolante. È per questo, forse,
che ho iniziato ad interessarmi al video al di là del suo uso cinematografico,
e ho cercato di conoscere persone ed esperienze che andassero in questo
senso. Fino a quando, un giorno, frequentando un convegno chiamato
Neverland sull'uso del digitale, sono entrato in contatto con Emiliano.
Da questo incontro, sono nate subito alcune collaborazioni incentrate
sul video teatro (anche se io, all'inizio, non sapevo neppure che cosa fosse…).
Emiliano conobbe Giacomo Verde, mentre io avevo sentito molto parlare
di lui e del suo lavoro. Infine, Emiliano mi ha comunicato che c'era la possibilità
di fare questa esperienza qui a Mondaino, e io ho accettato immediatamente.

Per quale motivo hai deciso di partecipare con così tanta fermezza?

Prima di tutto, sentivo la necessità di confrontarmi con qualcuno che facesse
questo tipo di cose da tempo, qualcuno che avesse una certa maturità,
un linguaggio acquisito dal quale potere imparare, per iniziare a tracciare
un mio percorso personale. Devo dire che questa mia esigenza iniziale è stata
soddisfatta in pieno.
Questa esperienza è iniziata con una lunga fase di brainstorming, dove ognuno
portava le proprie idee sulla performance. Devo dire che, soprattutto all'inizio,
ha avuto qualche difficoltà. Per come avevo lavorato prima, ero abituato
a un linguaggio per immagini, in questo caso legate ad un utilizzo teatrale-
performativo, dove il senso fosse più lampante, più chiaro. Da subito, invece,
ho notato che Giacomo lavorava per sottrazione, evitando di esplicitare tutto,
lasciando sempre qualcosa di non detto. Dopo il disorientamento iniziale, però,
mi sono accorto che mi stavo ritrovando nel lavoro, avevo cominciato ad affidarmi
al lavoro di tutti, e ho iniziato a cercare di pensare allo stesso modo.

Come sei riuscito a coniugare i tuoi strumenti di lavoro, le tue abilità tecniche,
con il lavoro collettivo finalizzato alla performance?

L'interazione fra il lavoro sul video e il lavoro degli attori-performers è stato molto
importante, e fin da subito è stata una esigenza che abbiamo sentito tutti come
molto forte. Come ti ho detto, io mi occupo di video, dunque molti dei video
presenti nella performance li abbiamo realizzati insieme in questi giorni qua
all'Arboreto. Un altra componente del mio lavoro personale in questa
performance, consiste nel live set. In questo caso, ho dovuto usare un
programma particolare che mi ha dato qualche difficoltà (abbiamo usato una
versione non ancora ufficiale, non registrata). Eppure, credo che anche questo
mi sia servito: credo molto nel “fare”, preferisco sperimentare e comprendere
mentre stai facendo una cosa nuova, che conosci poco. Inoltre, va detto che
questa è la mia prima esperienza assoluta di presenza in scena, prima avevo
sempre rifiutato di stare sulla scena!

Quale è stato l'approccio iniziale al progetto di Giacomo Verde? O, meglio,
c'è stato un progetto al quale avete deciso di aderire oppure è stato un lavoro
che è venuto a crearsi prevalentemente in questi giorni?

C'erano dei materiali di partenza, che Giacomo aveva messo in rete
(www.eutopie.net) e io avevo scaricato e letto. Ma anche andando sul sito,
non era possibile capire l'esatta forma che avrebbe preso il lavoro. Emergeva
un’esigenza, quella di esprimere la possibilità concreta che le utopie possono
realizzarsi oggi, anche nell'immediato. Per quanto riguarda il mio lavoro,
sapevo che avrei fatto il videomaker, perché è quello che so fare. Però, avevo
intuito che il lavoro di Giacomo sarebbe stato aperto, non avrebbe fatto
il regista despota che impone cosa fare e cosa non fare... e, in effetti,
così è stato. Personalmente, questa modalità di lavoro incentrata sul dialogo,
non è sempre stata facile da accettare. Credo che in certi momenti, una figura
che prende decisioni, che si assume delle responsabilità dicendo
“Questo sì, questo no”, sia indispensabile.



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