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Residenze
CERCANDO
EUTOPIE
Intervista con Pier Paolo Patti
Leggendo
il programma dell'Arboreto, risalta la parola Eutopia, luogo felice.
Qual è il
tuo pensiero sulle Eutopie? Quali significati gli hai attribuito
in queste settimane di lavoro?
Il concetto di Eutopia,
luogo felice, si avvicina molto al sogno: parlare di Eutopie
significa
un po' sognare, parlare di un altrove che al di fuori della performance
non
esiste. È un punto di partenza, attraverso
il quale cerchiamo di divulgare
dei presenti possibili. Ma non stiamo parlando
di fiabe, oppure di racconti
immaginari: attraverso la nostra messa in
scena eutopica, vorremmo stimolare
chi guarda a crearsi dei percorsi autonomi,
fornendo loro alcuni punti di riferimento.
Vorremmo che la performance
desse la sensazione di cosa intendiamo per
luogo felice, in modo che essa
possa essere un buon punto di partenza
per lo spettatore.
Quando parlate
di “luogo
felice”, avete in mente precisi riferimenti
nel mondo
odierno, nella quotidianità?
Sì, abbiamo
preso come riferimento piccole realtà, luoghi
felici già esistenti
come la Costa Rica... luoghi reali dove l'utopia è stata,
in un qualche modo,
realizzata.
Un'altra domanda che
vorrei farti, riguarda il vostro metodo di lavoro.
Il progetto dell'Arboreto
Cercando Utopie si è svolto mettendo a
stretto
contatto per due settimane cinque persone con esperienze diverse,
che
possiedono strumenti di lavoro e sensibilità diverse. Come siete
riusciti
a mettere le biografie di ognuno, le diverse esperienze dei singoli,
al servizio
del lavoro collettivo mirato alla performance?
Io, di solito, non
mi occupo di teatro. Lavoro con il video, a volte ho fatto le luci
per
concerti, per esempio... ho conosciuto Giacomo a Roma e ho colto al volo
l'occasione
di partecipare al progetto Eutopie.
Il lavoro per la performance, per tutti noi, ha avuto inizio fin dal primo
momento
in cui ci siamo riuniti. Proveniamo tutti da esperienze diverse:
video, recitazione,
ecc... Il fatto di dovere arrivare a una performance
finale, ha fatto sì che ci
appropriassimo di temi comuni e che li
sviluppassimo insieme. La performance
è cresciuta, giornalmente,
dentro di noi. Abbiamo fissato dei punti che abbiamo
fatto nostri, abbiamo
creato il nostro “mondo felice” e su questo ci siamo mossi.
Giacomo
non ci ha chiesto, come si vede fare nella maggioranza dei casi,
di ricoprire “ruoli” determinati
all'interno di una struttura definita, ma ci ha da
subito considerati come
facenti parte a tutti gli effetti di un progetto condiviso.
Mi sembra che
questa metodologia di lavoro, dove ognuno porta il proprio
contributo su
un tema comune, sia stata molto efficace. Dal punto di vista
creativo,
dunque, potrei riassumere l'intera esperienza qui a Mondaino dicendo
che è stato
un trovarci e costruire qualcosa insieme.
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