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Residenze
CERCANDO EUTOPIE
La Performance

PER UN TEATRO NON TEATRO: L’UTOPIA DI GIACOMO VERDE

di Chiara Alessi

Quattro uomini incappucciati che emergono da sacchi dell’immondizia e
un quinto con una parrucca rosso fosforescente in testa. Ladri o travestiti?
No: cinque aspiranti farfalle imprigionate in bachi plasticati che si divincolano
pesanti e goffe. Oppure: dei senza casa, dei rifugiati, dei clandestini in cerca
di un posto? O di un non posto? Di un non teatro? Di un’utopia.
Una scena fatta di schermi, piante, finestre e prese della corrente che parlano;
personaggi-oggetti che si muovono sfalsati dai rumori che producono: un luogo
che obbliga a sentire con lo sguardo e vedere con l’udito, un non luogo appunto.
Un non spettacolo realizzato quasi interamente in video che rivela il prodotto
attraverso il processo, il non attore attraverso il personaggio, lo sguardo attraverso
la sua meccanica. La macchina che si teatralizza e il teatro che scompare.
“Che ne direste se delirassimo per un istante?”
Ci sto! E da quei sacchi vedo uscire il subcomandante Marcos, riconoscibile
proprio per il passamontagna che gli copre infinite volte il viso, l’osservo
avvicinarsi a un microfono, lo sento nell’improbabile lettura-non recitazione
dei suoi brani, lo guardo avvinghiarsi a una ballerina, lo seguo trasformarsi
in un attore e poi uscirne, entrare nei panni di un telegiornalista e infine o
in principio essere semplicemente sé: Emiliano Campagnola, con la sua
compagna norvegese (Alizja Ziolko) arrivato nella sala comunale a Mondaino
sabato 13 novembre a presentare l’esito performativo del laboratorio a cui ha
partecipato. Insieme a lui, altri quattro divertiti perfomer per fingere realmente
o realizzare fintamente le “buone” utopie dell’ex cantastorie, oggi cybernarratore,
Giacomo Verde.
Coraggio pigri e diffidenti millantatori di una tecnologia omicida, fatevi avanti!
Cercando Eutopie, il gruppo di Verde trova il suo “luogo felice” all’Arboreto,
presso cui il regista ha condotto una residenza creativa di due settimane
raccogliendo materiali e confrontandosi con strumenti preesistenti, servendosi
delle competenze tecniche già acquisite del suo gruppo e testandone di nuove
verso esiti imprevisti. L’approdo finale inverte le regole della rappresentazione:
la performance prevede il video come protagonista indiscusso della scena
accanto a figure umane che fanno da supporto.
L’intento muove dall’esperimento di scardinare le regole preconfezionate
dell’arte, punta allo sconfinamento tra i generi, aspira al confronto creativo
con la macchina e giunge alla creazione di una scena viva, trasformabile
e in crescita. L’utopia è portare a teatro il non teatro. Progettare una forma
artistica comunicativa mobile e inafferrabile. Fare assistere alla presentazione/
rappresentazione in crescita diretta nel presente.
E quel “qui ed ora” diventa un flash intermittente che ci assilla. Mentre
il “presente” è proiettato in asincrono su un pannello frontale, contraltare
i un futuro in frantumi, a parte il fragile guscio dell’uovo-uomo nel medesimo
istante, hic et nunc, verrà fatto a pezzi.
È un invito all’azione? Alla protesta? Al sogno o al delirio?
È un obbligo a muoversi con gli occhi, le orecchie e la mente. E’ un imperativo
all’immaginazione proprio nel momento in cui sono svelati i meccanismi di
illusione; un incantesimo per cui ci si può indistintamente scambiare i propri
storici antenati mischiandoli in una pozione magica, il regista può scherzare
con dei finti attori chiedendo di non essere “teatrali”, Giordano Bruno può
trasformarsi in Bakunin, in Marx o in Ibsen come in un puzzle cubista e
la stessa scena è visibile contemporaneamente dall’alto e dal basso,
da destra e sinistra; il video in primo piano, gli attori sullo sfondo.
Una scena stereo-microscopio per far vedere l’inudibile e far percepire
l’invisibile. Una scena pulsante, corpi reali, voci parlanti, messaggi politici
ma anche metapoetici, macchine sceniche vive appendici di sensi fallaci
e un tessuto ipertestuale palpabile. Una scena metafora di un’opera aperta
e tecnicamente riproducibile all’infinito in infinite varianti.
Ancora una domanda delirante: perché allora tanto accanimento
a non parlare di teatro o parlar di non teatro?



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