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CRONACHE DAL CONVEGNO

sabato 21 maggio - primo pomeriggio -
convento delle clarisse

STUDIARE E TRASMETTERE IL TEATRO

Introduzione: Gerardo Guccini
Intorno al teatro: lo studio e la memoria
a cura di Lorenzo Donati

Nella società odierna mancano situazioni di adesione e di conflitto chiaramente riconoscibili: non è più possibile dissociarsi apertamente o parteggiare con convinzione. Di conseguenza, non si potranno rintracciare metodi infallibili per attrarre nuove energie in contesti di formazione culturale, bensì solo alcune strategie possibili. Una domanda fondamentale: quale teatro si sceglie di trasmettere? Per esempio, all’interno di due macrofiloni della creazione teatrale odierna quali “teatro di processo” (che produce il testo all’interno del lavoro teatrale) e “teatro di rappresentazione” (che realizza un testo preesistente), occorre evitare di individuare contrapposizioni manichee, dal sapore hegeliano. Ogni nuova acquisizione non soppianta definitivamente le precedenti: i modelli sopravvivono e si confrontano. All’interno della compresenza e della differenza si possono reperire strategie possibili.
Con questo intervento, Gerardo Guccini fornisce introduzione e stimolo al dibattito intorno allo studio e alla memoria dell’evento teatrale. Il tema ha visto i contributi di vari studiosi e artisti, che hanno sviluppato le tesi messe in campo proponendo allargamenti di prospettiva.

Tra gli artisti, Roberto Castello afferma di non riconoscersi a pieno nelle due classi proposte da Guccini: i riferimenti culturali possono provenire da campi molto lontani, (come la musica e la pittura) e non è necessario avvertire l’esigenza di trasferire in un tracciato testuale il proprio lavoro. Le parole, le definizioni verbali, possono rivelarsi delle gabbie che limitano la libertà di pensiero.
Anche Federica Fracassi si concentra sulla questione del linguaggio, che deve essere comune e condiviso, in modo da rendere possibile una comunicazione basata sull’esperienza. Poco prima, Sandro Pascucci aveva proposto di arricchire la terminologia utilizzando le parole “ermeneutica” e “esperienza”: le scritture avvengono a monte e dopo, mentre la creazione si colloca nel mezzo. L’opera d’arte “in sé” possiede il primato, al di là di ogni classificazione in discipline.
Armando Punzo si chiede che posizione occupa la realtà all’interno della poiesi dell’artista: bisogna tentare di “acciuffarla” collocandosi al suo interno o piuttosto distaccarsene e osservare da fuori? Le parole, nel suo metodo di lavoro, hanno la facoltà di rivelare un pensiero, che si mostra nel rifiuto o nella condivisione verso alcune declinazioni di senso di un particolare lemma. Secondo Punzo uno dei rischi ravvisabili nella situazione teatrale odierna, che non esclude i dibattiti e gli incontri come questo di Mondaino, è l’autoreferenzialità: ci si rende conto che il pubblico, in molti casi, potrebbe non capire? Per chi vengono rappresentati gli spettacoli? Sarebbe dunque opportuno partire da un grado zero, permettendo sempre a chi guarda di accedere alla comunicazione teatrale.

Ricollegandosi a uno spunto di Claudio Meldolesi, Fabio Bruschi rivolge pubblicamente una domanda: posto che la storia del teatro del 900 è proficuamente intrecciabile con altre esperienze artistiche provenienti da svariati campi, perché il teatro è considerato il più riconducibile a una classicità di linguaggi e formati? Interloquisce Guccini: classico significa perfetto. Ma lo statuto di “classicità” non è conferibile da chi produce e studia l’arte. Questo provoca impotenza e disorientamento, che influiscono sulla capacità di creare connessioni.

Renata Molinari rilancia un interrogativo di complessa soluzione: che cosa decidiamo di trasmettere? Perché ci si trova d’accordo quando si afferma che la situazione delle arti sceniche (e della società in generale) è disperata mentre questa questione non trova risposte? È un silenzio colpevole. La pedagogia impone di nominare le cose, ma spesso questo compito vede molti arretrare, negarsi. Bisogna sfruttare ogni ritaglio di tempo per scovare metodi utili per diffondere la conoscenza prodotta, per trovare connessioni, fare agire il pensiero. In caso contrario, ogni sforzo legato all’esperienza estetica, sarà reso vano dall’impossibilità di trasmetterlo.

All’accorato allarme si riallaccia Riccardo Caporossi. La società si sforza nel tentativo di fare divenire vacuo il senso del fare teatro. Occorre dimostrare alle persone che si può andare in un'altra direzione. Ognuno si faccia un piccolo esame di coscienza: i presenti in sala hanno chiaro il significato profondo del fare teatro oggi? Non c’è forse la sensazione, quando si parla di teatro, di trovarsi al cospetto di molti atteggiamenti di chiusura, che odorano di “protezionismo”?
Creare un proprio linguaggio è il risultato di un processo che costa sacrificio e fatica, ma che permette infine di portare con sé una sorta di “lusso”.

Spetta a Guccini l’onere dell’ultimo intervento, in forma di conclusioni aperte. Incontrando studenti universitari ai primi anni, ci si accorge che le conoscenze pregresse in campo teatrale sono pressoché nulle. Questo significa che “la consegna mnemonica da parte del sociale”, per ciò che concerne il teatro, non sussiste. Una prospettiva di formazione odierna, tenuto conto di questo gap iniziale, non può che rifiutare qualsiasi modello che prevede l’esclusione: del teatro va trasmesso quanto più è possibile. Urge individuare veicoli che mettano in connessione le menti. Passando per un alto tasso di dedizione personale e scommettendo su nuovi concetti di comunità.




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