home arboreto progetti teatro mondaino memoria sguardi info


CRONACHE DAL CONVEGNO

sabato 21 maggio - tardo pomeriggio -
convento delle clarisse

GUARDARE E RACCONTARE IL TEATRO

Introduzione: Massimo Marino
L’informazione, la critica, la cultura teatrale
a cura di Filippo Arcelloni

Ore 17.00 “Guardare e raccontare il teatro”
introduce Massimo Marino L’informazione, la critica, la cultura teatrale
Nel secondo incontro pomeridiano, dedicato alla critica teatrale, Massimo Marino, partendo da alcune considerazioni personali incentrate sul percorso di lavoro del Convegno, ha esposto i propri dubbi e riflessioni sul panorama nazionale dell’informazione teatrale. Un corpo che presenta organi in salute ed altri profondamente malati.
L’introduzione è una riflessione che parte dall’intervento pomeridiano di Riccardo Caporossi. Di fatto se viene accettato il pensiero che il processo creativo e la rappresentazione non sono più antitetici così la via della esperienza raggiunta dopo il tempo della ricerca non è l’unica che ci permette di creare opere d’arte, a volte è nel sopraggiungere di nuove generazioni con energie, urgenze, idee che il mondo approda a nuove terre emerse.
Ma è il tono della discussione a stupire preoccupare, un tono pacato, rassegnato come se, in stato di lucida e preveggente coscienza tutti abbiano compreso che i giochi sono terminati, inutile alzare lo sguardo, su un sistema teatro e sociale in putrefazione. Risulta quindi necessario riflettere, recuperare la parola scritta dandogli un valore necessario e forte.
La formazione (riflessione sull’intervento pomeridiano di Renata Molinari), che è memoria, trasmissione dei saperi, incontro o suscitamento di energie nuove, viene praticato da moltissimi ma è anche uno dei settori della vendita di noi stessi, è un grande mercato che, per alcuni, trasforma la creazione artistica in una sottospecie. A questo contrappongo il pensiero che sia innanzitutto uno dei momenti di possibilità di creazione di una memoria e di una vita artistica attiva.
Passando all’argomento dell’intervento riallacciandosi al testo, prodotto finale multistrato, ci ricorda che la funzione della critica è di fissare il prima e il dopo dello spettacolo, di testimoniare il momento, l’istante vissuto rendendolo comprensibile a chi legge.
Allargando l’orizzonte del discorso ravvisa che, pur essendo il piccolo mondo del teatro caldo e vivace, assistiamo ad un strano fenomeno dove riviste teatrali sono costrette chiudere, forse perché il teatro si vuole fare in prima persona, ma assistiamo anche alla contraddizione di un momento produzione editoriale di grande vigore. L’intervento termina con domande e dubbi. Quali muri bisogna rompere per far passare l’informazione? Abbiamo forse bisogno di una scrittura di profondità che sostituisca quelle di forma media o piccola?
Al termine dell’introduzione di Massimo Marino il primo a raccogliere l’invito al dialogo è Gianni Manzella incentrando l’intervento sulla trasformazione che la figura del critico ha avuto negli anni. Partendo del Convegno di Ivrea del 1967 dove i critici hanno riscontrato e codificato l’esigenza di trovare un nuovo alfabeto per poter descrivere il teatro che in quell’epoca si stava trasformando.
L’abolizione dell”Io” e l’abbandono quindi della figura del “re-censore”, un recupero della soggettività per invischiarsi in quello che si guardava e nella scrittura che si produceva, anche se il forte coinvolgimento del critico con chi faceva teatro arrivò a porre la domanda su quanto, chi scriveva doveva farsi coinvolgere, senza essere condizionato nella sua obbiettività.
L’unica risposta possibile a questa ambiguità è stata la rivendicazione di una forte etica, parola che purtroppo ora, dopo tanto tempo, ora che siamo qui a dirci cosa vecchie e nuove, è diventata troppo pesante. Ma quello che mi pesa maggiormente non è la crisi del teatro o della critica ma il venire meno dell’etica teatrale e della pur minima decenza.

A Gianni Manzella succede Armando Punzo che sente di trovarsi in una situazione d’animo difficile, esprime lo sgomento verso “Noi” (così identifica il pubblico presente formato per la maggior parte da registi, organizzatori, docenti, editori, critici, drammaturghi), “Noi” che non abbiamo una direzione dove andare, una strada da percorrere. Di come e quanto “Noi” siamo lontani dalla realtà, di come il teatro è lontano dalla realtà.
Qui oggi sente il senso di una partita perduta, di un qualcosa in disfacimento, mentre lui, Armando, è abituato a lavorare costruendo, assieme agli altri, giorno per giorno, qualcosa che trasforma la realtà del mondo che lo circonda.

Tiziano Fratus, ci riporta all’argomento toccato in mattinata, il testo; trovando ingiusto che il testo scritto per essere messo in scena debba essere penalizzato, chiede e afferma pari dignità al testo che nasce sulla scena e al testo che viene scritto per la scena, prima della scena. Esistono registi che lavorano con i testi che possono essere messi in scena.

A questo segue l’intervento di Paola Berselli, che esprime ad alta voce dubbi covati in silenzio, non comprende il motivo per cui non si parla delle “necessità”, l’importanza di trovare, adesso in questi tempi, un senso al teatro. Riassumendosi nella realtà, fortemente anomala, del Teatro delle Ariette, realtà che ha un senso politico e etico molto forte chiede di imparare ad accettarci nelle diversità artistiche e a riflettere per ritrovare il valore del fare teatro.
Accettiamo il confronto per risolvere i problemi che esistono, come ad esempio la griglia di situazioni misteriose che impediscono al lavoro dei teatranti di incontrare il lavoro dei critici.

Francesco Nicolini trinceandosi dentro al buon senso dei semplici si dichiara artigiano, anzi piccolo scrivano a domicilio dei clienti.Clienti che spesso conducono vite sottosopra.
Felice e innamorato dello scrivere per il teatro descrive la sua tecnica come quella della ventosa che si attacca agli attori, ai registi, li studia nell’intimità, psichica, li capisce, li ascolta e poi come un sarto costruisce un vestito su misura per loro. Ripartendo ogni volta da zero, per trovare la strada verso la scrittura nello smarrimento più totale, cercando di dare un senso a tutto questo, in momenti di grande fragilità, senza alcuna protezione.
Interviene dal pubblico Armando Punzo, “Qual’è la visione che ti permette di scegliere le parole ?
L’ascolto, le storie sono già scritte dentro agli altri, dobbiamo solo leggerle, scriverle con lo sguardo del “foresto”, del fuoriposto, situazione difficile che mi aiuta a vedere con occhi diversi la realtà.
Interviene Gerardo Guccini con due citazioni, che racchiudono l’intervento di Francesco Nicolini “l’autore è il confessore dell’attore”, “la drammaturgia è la trascrizione quasi simbolica delle conflittualità fra i componenti della compagnia”.
Chiude la sessione pomeridiana Giacomo Verde, che espone la sua non esperienza con il testo teatrale, rammentando che negli anni ’70 mettere in scena un testo voleva dire rispettare alcune gerarchie costituite, gerarchie in cui i gruppi di teatro di base non vollero riconoscersi incominciando così a scrivere drammaturgie proprie.
Ora quando insegnando ai suoi studenti “video teatro” si è accorto di come la trasmissione dei saperi teatrali si sia bruscamente interrotta, di come siano allora venuti a mancare i testi scritti ed il materiale di studio utile a trasmettere alle nuove generazioni le esperienze avvenute da chi è venuto prima di loro. Di come sia stato un grave errore non trascriverlo e preservarlo dalla fugacità della memoria non scritta.
Il suo rapporto con il testo è ripreso in questi ultimi tempi con il rapporto di lavoro con lo scrittore Andrea Balzola, un rapporto intenso ma difficile legato all’amore dell’autore verso il proprio “Io”, un rapporto dove la gelosia per la parola del proprio scritto è stato un ostacolo a volte molto forte.
Nell’uso dell’informatica ho vissuto, in modo liberatorio la rinuncia della perdita dell’autoralità personale, arrivando a mettere on line i propri appunti di scena. L’intervento termina con la promessa da parte di Giacomo Verde di preparare un Kit Drammaturgico informatico, un kit che scaricabile dalla rete, un kit che si può montare, smontare a seconda degli spazi e delle situazioni, un “open source” a disposizione di chiunque, un pensiero in antitesi con diritti d’autore e proprietà intellettuale.




Menu Sguardi >>>

Menu La bellezza necessaria >>>

 

:: www.arboreto.org :: copyright © l'arboreto :: associazione culturale :: tutti i diritti riservati ::