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Romeo
Castellucci -
Socìetas Raffaello Sanzio
Caro Massimo, provo
a riflettere un po’ intorno ai temi da te proposti.
Uno
degli esiti politici del teatro che vedo ora è quello di andare
fino in fondo alla propria specificità di linguaggio. Senza timore
della incomprensione, della impossibile comunicazione, o traduzione, commento,
spiegazione; senza l’ansia di giustificare la propria assenza di
discorso e dal discorso in generale; con una strategia attorno alle parole
e attorno alle immagini che organizza quella che appare, e quella che
è, qualcosa come una nuova realtà. Questo è, in sintesi,
il movimento del teatro così come personalmente lo intendo. La
velocità del passo della sua forma diventa una strategia
di fuga, necessaria a sostenere la portata di questa epoca. Essere sempre
sopra, o sotto, o a destra, o a sinistra dell’oggetto, per divenire
il movimento improvviso che, all’ultimo istante, scarta in un’altra
direzione - quello scarto che rifiuta la risposta di fronte alla domanda
della scena. Non vi può essere risposta a quella domanda,
ma la somma algebrica di una domanda posta a un’altra domanda.
Creare un vuoto, una fessura nella realtà. Ma una sospensione della
realtà la si ottiene solo attraverso una produzione di reale. Il
teatro è veramente l’arte che più di ogni altra riesce
a rifare concretamente un tipo di realtà: non più come il
gioco dei bambini che interrompe temporaneamente le regole mondane, ma
come un atto di conoscenza storica che, quelle stesse regole, permanentemente
interpreta, giudica e redime; da un altro mondo, da un altro punto di
vista; là dove scorre un altro tipo di tempo.
Non si tratta più di andare a teatro per confermare la propria
conoscenza in merito a un codice da tutti compreso e accettato. Il repertorio,
di fatto, si è interrotto sotto i durissimi colpi di Beckett –
in seguito, evidentemente, ci sono stati altri scatti, altre grida, ma
come fulgide intermittenze destinate rimanere isolati lampi nella notte
perchè il filo era già stato spezzato.
Non siamo più in grado di riconoscere una scrittura che parli a
una comunità formata e in cui tutti ritrovano una conferma, sia
pur critica, sullo stato delle cose. Per ora. Occorrerebbe un gigantesco
Beckett all’incontrario. Ma, per quanto ne so io, non è ancora
nato. Non esiste ancora una drammaturgia che appartenga interamente a
questa epoca. La drammaturgia di oggi dovrebbe fare i conti con tutti
i linguaggi che la circondano, la sovrastano e la assediano: la pubblicità,
la pornografia, la retorica politica, l’immagine televisiva, il
cinema, la corrente delle immagini che, in numero incalcolabile, scorre
incessantemente nelle vene dell’etere. Questi nuovi parenti, arrivati
da poco, conoscono in tutto l’icasticità, l’hybris,
l’economia furiosa con cui trattare un’immagine. Il teatro
non basterà più un diniego sdegnoso di fronte alla bassezza
di queste discipline; non gli basterà più dichiarare la
sua antica stirpe di rango superiore per una semplice ragione: non è
più vero.
Il repertorio è, per definizione, una cosa morta. Pezzi di questo
archivio sono spesso utilizzati per il gioco colto del commento e della
“riattualizzazione” in chiave contemporanea. Lo studio dei
suoi “personaggi” può divenire una infinita, estenuante
variazione sul tema.
Questa è un’epoca, teatralmente parlando, tra le più
conservatrici della storia del teatro occidentale proprio in un momento
in cui la posta in gioco si fa davvero alta in tema di immagine. Questa
è la ragione per cui, giustamente, il teatro è considerato,
a tutt’oggi, un’arte minore.
In nessun’altra epoca si è messo in scena così a lungo
il teatro del passato così come succede ora nei teatri delle nostre
città. Ma non è davvero questo il problema. I paesaggisti
sono sempre esistiti e, per quanto mi riguarda, hanno anche loro il diritto
di cittadinanza.
Io credo che - una volta compreso che il palcoscenico non è più
la casa del logos - una possibilità di potenza del teatro
possa quella di andare al di sotto dell’immagine, là dove
non batte mai il sole, al suo volto nascosto; innervarsi in essa per confondersi
e lasciarsi trasportare dalla sua corrente. Ogni vera immagine ha una
storia e una via da percorrere in una dimensione temporale inconoscibile.
Anche il suo punto d’origine e la sua destinazione ci sono precluse.
Si tratta di intersecare queste traettorie misteriose e attraversarle
cercando di riportare a casa la pelle.
Per questa ragione non si può dire di utilizzare un’immagine.
Non si può fare dell’immagine un’economia. Questo lo
fanno loro. Per loro l’immagine è univoca
e portatrice di un segno, conduttrice di un sentimento perché ciò
che trattano è, in realtà un segno, un pezzo staccato
di linguaggio. La vera immagine nessuno ancora la conosce. Non c’è
nulla di mistico in questo: penso soprattutto a Giacometti che si fermava
di fronte al mistero e allo stupore di quello che era sotto i suoi occhi
esattamente “in questo momento”, in tutti i momenti
della giornata. Parlava della incredibile profondità dello sguardo
di fronte a tutte le cose e i mille, diecimila piani di profondità
delle cose poste nello spazio “in questo momento”.
L’immagine è lì, è sempre stata lì,
sempre sotto i nostri occhi. Nelle cose reali, sospendendo la realtà,
attraverso il reale di uno sguardo. L’immagine è sempre a
fianco delle cose, appena un po’ più in là, fuori
fase di quella misura tale per cui, per eccesso di evidenza, noi non riusciamo
più a vederla. Mi viene in mente anche la lettera rubata
di Poe.
Quello che vogliamo vedere non siamo capaci di vederlo perché è
esattamente sotto i nostri occhi. Non siamo in grado di vedere il reale
della realtà. Artaud diceva che l’uomo deve ancora inventare
la realtà. Lì c’è già tutto quello di
cui abbiamo bisogno. Lì c’è già un altro mondo,
o come artaudianamente diceva S. Paolo: il regno dei cieli è
già in mezzo a noi. Questa frase è, a ben vedere, tutt’altro
che mistica.
Al
teatro è chiesto quello che gli appartiene da sempre: affrontare
il pericolo di morte della Gorgone dell’immagine. È questa
lotta con l’immagine che dà accesso a una immagine. Il pericolo,
che invochiamo, è che il suo sguardo si tuffi nelle nostre
viscere, che ci possa tirar fuori dalla tana. L’immagine, come suggeriva
Deleuze, non appartiene al visivo - perché noi siamo la
sua pelle, i suoi muscoli e le sue ossa - ma piuttosto al dominio del
tatto. Sguardo aptico.
L’inesausta potenza del teatro consiste in ciò che ancora
lo distingue da tutte le altre arti, da tutte le altre discipline: essere
un al di qua.
Il riflesso che specchia e guarda la realtà cambiando punto di
vista.
Cambiare punto di vista. Lasciarsi vedere eroticamente dalla
realtà.
Sulla confusione di questo riflesso si gioca il destino del teatro. La
confusione su cui corre questo riflesso rimane innominabile, irriducibile.
Questo campo irragiungibile dai nomi – non perché mistico,
ma perché troppo veloce – è la via di fuga su cui
il teatro potrà salvarsi.
Io vado in un teatro, pago il biglietto e entro in una sala in mezzo a
degli sconosciuti. Tra pochi istanti il sipario si alzerà su un
incendio.
L’esperienza del teatro credo sia fondata su questo. E’ l’esperienza
intima dello spettatore. Solo la sua. Davvero. Ogni rappresentazione avviene
in lui, e non già per lui. Le vera rappresentazione
nessuna la vede veramente. Gli autori e gli attori non c’entrano
nulla. Ritengo chiusa l’epoca dei grandi artisti della scena e dei
maestri. Gli artisti non c’entrano più nulla.
Allora, se è così, sono una serie di intimità ad
essere coinvolte. Se ad essere in gioco è la relazione di quegli
spazi vuoti tra una intimità e un’altra, significa che è
una comunità quella che viene qui formata; formata idealmente per
la prima e ultima volta, nella durata precisa dello spettacolo. Un’
immagine diventa irradiante. Il problema non è più il bello
o il brutto, credo, ma l’esatto o il non-esatto. Abbiamo bisogno
di una forma esatta, invincibile, che ci trafigga con lo stiletto
della precisione. Forse, Massimo, è questa la bellezza di cui parli?
Che cos’è questa capacità operante del teatro che
ci sorprende?
Io entro in un teatro. Può essere un’esperienza sconvolgente
per il mio corpo. Deve poter essere senza rimedio. Non c’è
più la comunicazione che appartiene al mondo dei segni,
ma la rivelazione delle immagini.
Gli spettatori andranno a teatro, come individui, davanti a una immagine;
pronti a raccogliere, ogni volta, una sfida giocata sul campo dell’estetica
che li inerisce fino alla radice dei capelli. C’è una rivelazione.
O meglio: è possibile che ci sia una rivelazione. Non
c’è nulla da capire: c’è una rivelazione. In
quell’attimo immobile e atemporale si è trafitti dallo sguardo
trasparente della scena che illumina, solo per un istante, la solitudine
dello spettatore. Una solitudine nuovamente anonima e eroica, nuovamente
capace di causare un inconcepibile, necessario incontro con se stessi.
È lo spettacolo che guarda lo spettatore? O forse è lo sguardo
dello spettatore che si curva fino a vedere la propria nuca;
fino a vedersi, solo e di spalle, nella sala di quel teatro. La persona
nuda, sotto lo sguardo di tutti, è proprio lui, lo spettatore.
La vergogna, chiamata in causa e essenziale in ogni rappresentazione,
è sempre stata la sua.
Un
caro saluto e buon lavoro
Romeo
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