SENTIERI: diario aperto tra bosco e corpo – capitolo 4: diario selvaggio, telenovela di speculazione artistica

on 18 Marzo | in Esercizi di Mondo | by | with No Comments

Diario selvaggio, telenovela di speculazione artistica

febbraio – marzo 2026

Torno all’Arboreto dopo un mese in Giappone.
A Kyoto, a Nara, a Shuzenji, a Tokyo, a Yokohama gli alberi vengono sostenuti da strutture di legno, corde annodate con sapienza secolare.
Sono stampelle, gioielli, braccetti tra l’umano e il vegetale.
Gli umani arrampicati e camuffati tra le fratte a pulire le foglie, a togliere quelle morte, a dare sostegno. Gli umani a servizio degli alberi.
Torno all’Arboreto in questo bosco che ho nel cuore, ritrovo le piante con cui ho discusso a lungo. Proseguo il discorso.
Forse non so esserne a servizio come un giardiniere giapponese ma di certo so esserne grata.
Chissà se il bosco che si affaccia sulle grandi finestre del teatro ama la danza.
Magari questi alberi hanno sviluppato gusti molto specifici in tema di contemporaneo….
Di certo hanno tanto sapere.
Bosco testimone di tutte le danze, dei processi, delle creazioni, degli esperimenti, delle epifanie, delle cazzate, delle rivoluzioni.
È a questo bosco che questo mese offro le mie danze, i miei canti, i sudori degli allenamenti, i respiri delle meditazioni.
È a questo bosco che affido i segreti di questo mese.

A chi legge, restituisco le domande che mi hanno accompagnata come carburante:
Come si guarda il vuoto?
Cosa resta alla fine di una danza?
Come fare uno scavo archeologico alla ricerca della propria prima danza?
Cosa significa danzare per l’ultima volta?

E una serie di polaroid:
C’è stata la meditazione ogni mattina, il pranayama, le pedalate di Carmine sui rulli in camerino alle 7 del mattino, Arvo Pärt suonato da Angelo nel camerino accanto, lo yoga cinetico sempre in trasformazione, le diagonali su musiche tamarrissime, le improvvisazioni a corpo appena sveglio, le passeggiate con zeppe di fango, le sedute alchemiche con il risveglio dal letargo, le performance a sorpresa con le chiacchiere e il vino, la collezione di paure di tutti i bambini, il rio abierto con le danze a imitazione, l’acume parlantino di Teodora, il problem solving ineasuribile di Simone, il qi gong mescolato al balletto, le sbarre di danza classica dopo 20 anni o per la prima volta, il sogno di un’apocalisse con chiuaua vestiti in latex, la commozione nel vedere tutto ciò che è stato, un piccolo rene di animale ignoto portato in dono davanti alla mia finestra, gli urli che chiamano i cani della valle, i fantasmi di tutte le danze passate, il complottismo su presenze virtuali di coreografi misteriosi, gli scavi archeologici alla ricerca di tutte le proprie fini, le iniezioni sottocutanee due volte al giorno, gli abbracci che curano le crisi, le rose appassite dopo San Valentino, la vinaigrette con il miso, i mondi che si spalancano nei gesti di Marta, il mio sorriso ebete che la guarda danzare, il salvataggio delle cimici, sentirsi alieni guardando Sanremo, il questionario di 1400 domande per gli adolescenti di Age, il collage che mescola “Tutto Danza” e giornalini porno, l’acqua di pozzanghera al microscopio, una lasagna di materassi, le ricette per il sangue finto, l’apnea di due minuti, il misterioso caso dei calzini antiscivolo* e molto altro ancora.

[ *Su questo fatto dei calzini, una piccola digressione: dopo indagini e speculazioni abbiamo scoperto, grazie alle inferenze di Adele, che a rendere il palco scivoloso dopo le danze di comunità con signore e signori di tutte le età non era talco né crema. Erano i calzini antiscivolo. A quanto pare i calzini antiscivolo non fanno scivolare te ma rilasciano piccole particelle siliconiche che fanno scivolare le altre persone, incentivandole a loro volta ad acquistare calzini antiscivolo. Pochi superstiti con il superpotere del grip che continuano a danzare su quella che piano diventa una pista di pattinaggio per adduttori da toro meccanico. Chi avrebbe mai sospettato di tale egoismo i morbidissimi calzini antiscivolo? ]

Passo il testimone del diario ad artistə che sono statə con noi questo mese condividendo pensiero affilato, bellezza folgorante e risate sganasciate:
Teodora Grano e Simone Arganini alle prese con la creazione di “Grindhouse”, una lecture performance in horror studies (quale posto migliore di un bosco la notte per creare uno spettacolo sull’horror?).
Bruno Leggieri, regista del film documentario sul nostro spettacolo “Age”.
Marta Ciappina per la primissima fase di ricerca sulla nuova creazione per il suo addio alle scene.
Oltre a loro ci sono stati ai miei compagni di avventura Carmine Parise e Angelo Pedroni, la bellissima sorpresa di Adele Verri (esemplare di Age che è venuta a studiare storia della musica e a sudare con noi) e le tante persone che hanno partecipato alle attività e alle visioni.

A tutte queste creature e a quelle che si prendono cura di questo luogo va la mia gratitudine.

Francesca Pennini

 

TEODORA GRANO
coreografa, danzatrice, ricercatrice

Mondaino, lunedì 26 gennaio, mercoledì 4 febbraio

ORACOLO DELLA NEBBIA

Inizia così.
Scendo le scale dell’appartamento, uno schiaffo di aria fredda, è Gennaio, prima di scendere in teatro si apre la vista sulla valle.
La nebbia è poggiata sul fondo come un lago.
Ogni giorno mi fermerò a fumare una sigaretta dopo il caffè. Qui. E guarderò la valle. Penso.
Questo pensiero diventa nel corso dei giorni un oracolo che inizio a consultare.
Ogni mattina mi fermo a leggere l’oracolo della nebbia.

RESIDENZE MATRIOSKA

Questa residenza è una matrioska in realtà. Sono a Mondaino all’interno del progetto di Collettivo Cinetico “Esercizi di Mondo”, un progetto utopico che immagina di rifondare spazi a partire dai processi creativi artistici, immaginato come una città dei corpi. (Riduco un pensiero molto più complesso di così a 112 caratteri). Per semplificare: Esercizi di Mondo sta ospitando la residenza finale di Grindhouse, quindi letteralmente una matrioska: spazi di residenze che ospitano residenze che ospitano residenze, una specie di sistema ricorsivo di ospitalità.
Un ulteriore scatola dentro la scatola è Rio Abierto, ovvero una pratica di danza che si incontra al Teatro Dimora a cadenza mensile.
Lo scopro la prima sera, arriviamo e ci uniamo.
Per me è abbastanza sorprendente.
Una classe di 40-50 persone, una fascia di età che va dai 20 ai 70 anni, si entra, ci si mette in cerchio e senza introduzione, senza presentazione, senza preamboli, parte la musica e si inizia a danzare.
Il metodo è: per imitazione. Una persona guida, il cerchio segue. Andiamo avanti per circa due ore. Mi sembra incredibile.
Mi ritrovo a fare una serie di movimenti inaspettati, ma soprattutto la parte che per me è fantascienza è questo gruppo di persone che si incontrano per ballare, muoversi assieme, così, senza dirsi troppe parole, bypassando il racconto delle cose e stando solo nel fare le cose.
Il resto dei giorni prosegue con un triste riassunto:
Mi sveglio, scendo in teatro, esco solo per mangiare o per fumare o per andare a dormire.
A livello di creazione sono i giorni più difficili. É la parte finale, in cui i nodi vengono al pettine, ma non è più il momento di sbrogliare la matassa, è il momento delle forbici. Sento la lucidità dello sguardo di regia compromesso dall’eccesso di decision making, dalla pressione di dover chiudere, l’effetto delle endorfine dell’innamoramento che ho per questo lavoro è al livello più basso, è il momento in cui mi domando: ho fatto una cosa imbarazzante? Ma che cos’è questa roba????
Francesca e Carmine vedono pezzi di scene, poi le stesse scene che spariscono il giorno dopo perché erano troppo, vedono filate, variazioni di variazioni, tagli, cuciture che saltano, mi prestano il loro sguardo, Angelo mi fa da braccio destro per le cose che non posso vedere, tiene il cronometro delle cose da risolvere, le cose da chiudere, entra al posto mio se devo mettermi fuori, arriva Simone che è l’equalizzatore umano delle cose e anche il mr.wolf della risoluzione degli enigmi tecnologici.

MEMORIALI DELLE IDEE SCARTATE

Quando mi fermo ed esco a fumare penso che gli spazi di residenza non siano solo luoghi in cui creiamo, c’è anche un movimento inverso – il mago tira fuori il coniglio dal cappello, il mago fa sparire il coniglio, penso ad Abracadabra (ultima creazione di CollettivO CineticO, ndr), alla convivenza segreta delle cose che appaiono assieme a quelle scomparse.
Le residenze sono anche il negativo del processo creativo, il negativo esatto della foto, sono luoghi che in modo discreto e silenzioso accolgono i fantasmi delle idee scartate, le scene che non ce l’hanno fatta ad entrare nel lavoro finito, le cose tagliate, le cose amate che abbiamo fatto fuori, le cose troppo fragili per stare in piedi da sole.
Che fine fanno?
Guardo il teatro da fuori e penso che sia anche un memoriale delle idee scartate, e che gli andrebbe reso omaggio anche per questo, si offre ad accogliere quella parte di processo scomoda che non viene celebrata.
Forse dovrei lasciare dei fiori, penso.
Al posto dei fiori lascio in giro fazzoletti sporchi di sangue finto.
Forse – dice Francesca – dovremmo lasciare un libro in cui scriverle, un libro da cui altre persone possano ripescare le idee scartate.
È un concept – rispondo – un concept iper ecologico.
Ci guardiamo. Ridiamo.
Naaaaaaaa, non faremo sta cosa. Ci teniamo tutto.
Anche le idee scartate che non faremo mai.
Come spiriti guida, penso.

INDAGINE SULLE PAURE, SCUOLA ELEMENTARE DI MONDAINO

Un incontro rilevante, non so se posso dire “ai fini della ricerca” o “del gusto personale delle cose”, avviene l’ultimo giorno: incontriamo le classi elementari di Mondaino.
Abbiamo ripulito alcuni materiali di Grindhouse dal loro carattere horror potenzialmente traumatizzante, considerando il target infantile, e abbiamo lasciato intatta la parte potenzialmente meravigliosa e magica dell’oscurità, delle ombre, del buio, e che può dialogare con la sensibilità di un gruppo di bambini. È un pezzo danzato per corpi e ombre. Funziona come nella tradizione archeologica del cinema: la fantasmagoria, ovvero la manipolazione e deformazione del corpo attraverso la trasparenza, la sfocatura e la proiezione dell’ombra.
Questa è la loro sessione di visione.
Poi chiediamo ai bambini di scrivere una loro paura, e dopo, scegliendo a caso dai fogli scritti, di disegnare la paura scritta da qualcun’altra.
Ne emerge un piccola statistica di paure, in cui si posizionano in testa serpenti e ragni, seguiti dalla morte, che viene rappresentata in tre forme diverse: una tomba, una bara aperta con la salma visibile, un impiccato con pozza di sangue.
Penso che alcuni di loro siano già entrati in contatto diretto con la morte, e risulta evidente il tipo di contatto, diretto o mediato dall’aspetto figurativo dei riti funebri o della narrazione grafica della morte.
Emergono dati geografici: paura delle piogge forti. I bambini della Romagna hanno molto chiara nella memoria che cos’è la crisi climatica.
Segue un carosello di pagliacci, effettivamente disegnati in modo spaventoso.
Escono paure specifiche ma universali come: guardare sotto il letto, e paure con cui risuoniamo noi adulti: non vedere più il mio babbo.
E in mezzo a queste, un disegno potente.
Su sfondo nero, in uno spazio profondo e senza connotati, un prato verde brillante, da cui emerge una figura nero su nero, irradia raggi tracciati col giallo, è luminosa e inquietante.
Sul foglio capeggia la scritta: paura di perdermi.
Proseguendo col catalogo di paure di questi bambini, è particolarmente rilevante per la mia statistica di film horror il fatto che – sospetto una bambina – scriva “IT” e disegni con dovizia di particolari cinematografici la scena iconica del film: il tombino, i denti affilati, la pioggia, l’impermeabile giallo, il palloncino rosso che vola via.
Penso che questo film specifico, complice il remake degli anni 2000, abbia fatto un salto generazionale e stia infestando l’infanzia dei bambini di oggi.
Come successe agli adolescenti degli anni ’70 e a quelli degli anni 2000 con “L’Esorcista”.
Iniziamo a scivolare nelle nostre paure, a tavola parliamo delle cose di cui avevamo paura da bambini, noto che non parliamo delle nostre paure da adulti.
Paura dell’altezza, paura di una pubblicità della Saila, paura dei corridoi.
Anche io “IT” lo guardai alle elementari, di nascosto, un pomeriggio qualunque, con la mia migliore amica. Era ovviamente vietato dai genitori guardarlo. Ma ci eravamo non so come procurate la videocassetta e approfittammo di un’assenza per confrontarci con quel piccolo rito di passaggio degli anni 90.
Francesca racconta il suo di incontro con “IT”.
A pranzo, coi miei. Come se nulla fosse. Non ho più voluto vedere un film horror.
Una paura inaspettata, raccontata da un adulto che è stato bambino a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 è: la paura del water.
Questa paura ridicola è in realtà molto sensata se da bambino hai visto il film comico per famiglie “Senti chi parla”, in cui il water era senziente, parlante e DECISAMENTE minaccioso.
Non sempre quello che dovrebbe essere innocuo lo è per tutti, e le teorie del condizionamento pavloviano sono concordi.
Uno stimolo neutro (il water), se associato a minaccia (l’immagine spaventosa del water che parla nel film), diventa automaticamente minaccioso se l’ippocampo (la parte del cervello che archivia la memoria a lungo termine e ci fornirà in seguito un catalogo di luoghi, cose, situazioni, suoni, movimenti che dobbiamo considerare minacciosi) lo cataloga come tale.
La stessa struttura permette anche l’estinzione della paura nei paradigmi di condizionamento: uno stimolo precedentemente associato a una minaccia può perdere la sua carica se l’ambiente comunica assenza di pericolo. Ad esempio: il cinema.

E PER FINIRE UNA BREVE AUTOINTERVISTA

– Film: al cinema o a casa?
– Film al cinema ma gli horror a casa!
– Un tuo talento inutile?
– Conoscenza estesa di metodi di sopravvivenza all’apocalisse zombi.
– Apocalisse zombi, cosa fai?
– Grazie per questo assist, che ho scritto io comunque.
So tutto quello che c’è da sapere sugli zombi, in tutte le versioni degli zombi. Intanto bisogna capire se è virale o solo resurrezione dei morti. Fondamentale capire se vanno lenti o se hanno imparato a correre. Si ammazzano colpendo al cervello. Dopo il panico iniziale gli zombi non sono un problema, sono le persone che sono ancora vive il problema. Il nemico è il buio e gli edifici con poche vie di fuga. Organizzare subito un gruppo di sopravvissuti. Ognuno deve avere una skill fondamentale. Io posso offrire un corpo agile e prestante, posso arrampicarmi, all’occorrenza combatto corpo a corpo in modo improvvisato, so camminare senza fare rumore e infilarmi nei pertugi, non soffro di claustrofobia, ma devo segnalare che ho un pessimo senso dell’orientamento e non ricordo le indicazioni. Quindi se mi fate infilare in un condotto dell’aerazione e mi dite destra destra sinistra destra sinistra, sappiate che alla prima svolta ho dimenticato le indicazioni.
– Un altro talento inutile?
– So fare un sorriso spaventoso.
– Quale personaggio di un film horror vorresti essere?
– Sigourney Weaver in Alien.
– Racconta la trama del film.
– Alien è la storia di una ragazza intelligente a cui nessuno da retta e alla fine muoiono tutti tranne lei e il suo gatto. 5 stelline.
– A quale personaggio di un film horror assomigli in realtà?
– Alla ragazzina di The Ring: Samara, ma solo perchè ho i capelli lunghi e mi piace fare gli scherzi.
– Quali scherzi?
– In generale mi apposto dietro le porte e poi salto fuori urlando. Lo faccio da quando sono bambina. Non ho mai smesso. Quindi credo di avere una discreta padronanza della cosa. Le persone che hanno vissuto con me sono tutte persone a prova di infarto.
– Che fine faresti in un film horror?
– Una brutta fine.
– Quale?
– Eh, mi sa che alla fine si scopre che sono stata io.


 

BRUNO LEGGIERI
filmmaker

Non tornavo a Mondaino da giugno del 2024, quando l’avevamo lasciato insieme al cast di Age dopo la fine della prima residenza di costruzione dello spettacolo. L’immersione nella natura e la possibilità di isolamento che offre l’Arboreto sono cose molto rare, specialmente in giorni come questi. Avere la possibilità poi di osservare e documentare la flora e la fauna del bosco rende la permanenza una sorta di appostamento documentaristico, dove basta prendersi il piacere dell’attesa, con rispettoso silenzio, e la vita si manifesterà davanti ai tuoi occhi e quelli della videocamera.
In tutto il tempo dall’ultima visita all’Arboreto c’ero tornato molte volte con il pensiero, prima ancora di iniziare a lavorare al montaggio del documentario su Age. Riguardando poi le immagini, e costruendo in successione di clip il racconto di quello che lì era successo mi sembrava di vivere di nuovo quei momenti. Il rumore bianco creato dal canto degli uccelli e dal frinire incessante delle cicale in estate, costante in sottofondo nelle riprese esterne è diventato per me la colonna sonora di quei luoghi.
A inizio febbraio, imboccatO il vialetto alberato che dalla provinciale porta al teatro, il paesaggio era leggero e come sospeso tra le nuvole basse e il bagliore bianco del sole filtrato dalla foschia. Il contrasto del verde del bosco, accesissimo come in estate. Scendendo dalla macchina sono stato immediatamente investito da quello stesso rumore bianco del bosco che avevo avuto nelle orecchie, propagato dalle cuffie, nei mesi di montaggio precedenti. E lo stesso gruppo di cornacchie volavano altissime sopra le cime degli alberI che si arrampicano verso la collina del paese, per dirmi che Mondaino è sempre lì, che sia estate o inverno.
Lo scopo del mio ritorno in quegli spazi era mostrare a Francesca, Angelo e Carmine, per la prima volta il documentario. Lo abbiamo proiettato grandissimo in teatro la prima sera. È stato meraviglioso. Era come se dovesse succedere proprio lì, anche se le tempistiche non erano state proprio programmate. Era il bosco che avevo voluto testimone di questa prima restituzione. Nei giorni successivi ho ritrovato un ritmo fisiologico delle cose, attraverso passeggiate nel bosco impantanato dalla pioggia, nei training e le meditazioni mattutine davanti alle vetrate del teatro, e nell’osservazione microscopica della natura circostante, scoprendo ancora una volta un livello nuovo di ciò che l’Arboreto rappresenta.
Sono estremamente grato a quel luogo, a quel ritmo, e spero di potermi ritrovare lì ancora tante e tante altre volte.


 

MARTA CIAPPINA
danzatrice e didatta

Mi piace l’alba azzurrata e il suo ventre pieno di uccellini
Mi piace il primo pensiero del mattino
Mi piace non disturbare Angelo, chiudere rubinetti e porte con tatto felino
Conversare intorno a caffè non caffè e illuderci che domani andrà meglio
Mi piace varcare la soglia del teatro e scorgere il profilo di Francesca
Seguire il podcast di Carmine per trovare la via per il camerino
Mi piace contare le cimici, dare nomi agli alberi, nomi che non esistono
Mi piace indugiare prima di entrare in platea, sprofondare nel piacere dell’attesa
Entrare e trovare Carmine e Francesca, innamorati
Iniziare, avvolta dall’amore…quale fortuna!!!
Mi piace praticare al loro fianco, concedermi qualche innocente occhiatina e commuovermi se, per destino, i nostri corpi assumono la stessa sembianza
Appoggiare sul quaderno la data, rileggere le invenzioni di ieri e fantasticare su oggi
La prospettiva di studiare con loro. Riflettere con loro. Lavorare con devozione con loro
Mi piace Rabbia e Tarantella, non comprendere le coordinazioni e riuscire a gioire, in stanze profonde
Mi piacciono le loro menti ardenti e i cuori leali
I sorrisi cospiranti con Francesca, le birre tra amici con Angelo, Carmine e la sua eccezionalità
Non bastano parole per dire Grazie
Non basta una vita per dire Grazie
Un goccio d’acqua
Cominciamo

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