Tutto il mondo attorno, tutto il mondo dentro
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marzo – aprile 2026
Cartolina #1
Il furgone cinetico quasi impenna nella discesa ripidissima per il teatro.
È carico all’inverosimile e oltre al quintale che mettiamo io e Carmine c’è il tatami per le lotte, la sbarra di danza classica per allenarci al futuro con il passato, le mazze da baseball e la tastiera per pilotare performer bendati, la bicicletta di Carmine smontata e munita di rulli, i pannelli di Scritture Viziose disegnati da Andrea, gli hula op celesti di In A Landscape e la spesa appena fatta a Pesaro.
Addosso la sensazione irreale dello spettacolo appena creato con, per, su Marta Ciappina a quaranta minuti da qui. Le lacrime delle persone la sera prima, gli analcolici scenografati con Marco, il miracolo di una creazione che si compie in pochi giorni.
Quaranta minuti di viaggio per sbilanciarsi su altri mondi e altri amori.
Quaranta minuti di viaggio per coreografare – da seduti in furgone – una versione a due di una performance per sei persone.
(“Aspetta, se mi alzo in quella direzione e tengo il cerchio nella sinistra significa che sta girando in senso orario o antiorario?” Ipertrofia immaginativa.)
Facciamo appena in tempo a chiudere il piano con un approssimativo: “Ok, quando arriva la parte finale della musica, qualsiasi cosa stiamo facendo passiamo al Circo-Sciarroni e aggiungiamo un brano di silenzio per la fine così gestiamo il tempo come vogliamo”.
Le uova non hanno fatto in tempo ad arrivare alla cucina e si sono aperte sul vialetto nella speranza di venire ripulite da un daino.
Margherita, come sempre, ci accoglie con il suo sorriso dolcissimo. Io le parlo coreografando le direzioni dei nostri corpi per permettere a Carmine di trasportare alle sue spalle gli hula op di nascosto.
Poi è Carmine a intrattenerla mentre io collego il computer all’impianto audio.
Le chiediamo di sedersi da sola nella platea del teatro, che c’è una sorpresa per lei.
Questo è il suo ultimo giorno di lavoro all’Arboreto. Quindici anni fa aveva iniziato accogliendo la primissima residenza del nostro Age, con una mandria di adolescenti scatenati che sfoggiava un Carmine senza un baffo.
Il tempo di sfilare le scarpe da ginnastica e mettere l’hula op in spalla e siamo in scena.
Dietro di noi, le finestre aperte sul bosco. Il cielo grigio con bufere in lontananza. Davanti a noi gli occhi azzurrissimi di Margherita, sola in prima fila.
Di solito “Dialogo terzo: In A Landscape” lo facciamo in sei.
Non sempre gli stessi sei, ma sempre in sei.
Questo è uno special. Potremmo chiamarlo Romantic Special.
Quando inizia la musica tutto il tempo inizia a scorrere all’indietro.
Il cerchio gira attorno alla nostra vita e la nostra vita gira attorno al cerchio.
Rivedo tutte le repliche passate, il coniglio bianco del debutto a Operaestate Veneto, il tramonto su Roma a Castel Sant’Angelo, la montagna di Centrale Fies che frana davanti ai miei occhi, gli uccellini sulle nostre teste a Bolzano, i nostri riflessi nel fiume a Bologna.
Il paesaggio del tempo si dispiega simultaneo e sterminato. Un tempo sospeso e apertissimo, come stendere un lenzuolo sul prato. Le fini toccano gli inizi e si confondono.
Carmine fa Simone, io faccio Angelo, lui Teodora, lui Angelo…
I nostri polpastrelli che si trovano alla cieca, i nostri occhi che si toccano, quelli lucidi in platea.
Questa performance che Alessandro Sciarroni ci ha donato diventa dono ogni volta.
Non so se Alessandro avrebbe approvato la Romantic Special Version, ma qui, oggi, ha avuto senso.
Un senso profondissimo in cui lo spettacolo smette di essere il mio lavoro e diventa tutto il resto. Un modo di dire grazie. Di dire ecco. Di dire siamo.
E, con un sorriso, apre la porta alle lacrime.
E le lacrime che fino a quel momento stavano in un loro posto segreto possono uscire.
Eccoci qui.
Questa volta siamo tornatə così.
Cartolina #2
Un secondo special: la prima settimana all’Arboreto è pianificata come una personalissima versione di Vipassana.
Un ritiro meditativo in cui sospendiamo il linguaggio, la voce, la parola, la scrittura.
Diventiamo gatti per qualche giorno.
E il pensiero cambia.
Tutto rallenta.
Forse troppo in fretta.
Ho capito che fermarsi all’improvviso non va bene.
Che il mio furgone era troppo carico e andava troppo forte per inchiodare.
E così, mi sono fermata e l’inerzia mi ha lanciato una valanga addosso. ]
Al terzo giorno il corpo che finalmente si è lasciato andare inizia la sua ribellione.
Fitte, ambulanza, ospedale.
Non avevo voce per spiegare all’infermiere cosa si fa in un teatro così bello.
Un gran peccato.
Poi piano piano il corpo si riprende, io chiedo scusa.
La primavera si fa spazio tra la neve dei primi giorni. Ruggendo.
Tutto è linguaggio.
Cartolina #3
Sono dentro al Teatro, tutto il Mondo attorno.
Tutto il mondo dentro.
Quando c’è luce vedo il bosco.
Quando c’è buio vedo me.
Uno spazio è uno spazio vuoto.
Una residenza creativa è avere a che fare con il vuoto.
Una residenza produttiva è riempirlo.
Una residenza creativa è abitarlo senza disturbarlo, il vuoto.
Il tempo è qualcosa che si fa.
Cartolina #4
Sudate alchemiche
(Sessione di yoga cinetico live e online con una quarantina di persone e un discreto numero di animali e bambini che fanno incursioni negli schermi di chi pratica a distanza)
Mi hanno portato tantissimi doni:
un minuscolo bruco che abbiamo chiamato Rufus
una pianta di Ruta che sarà il pianeta in cui vivrà Rufus
con il suo piccolo mondo (una pianta di Ruta)
un rametto di glicine
un pezzo di tappetino color glicine che si è rotto durante la pratica
energia e attenzione di ottima qualità
(Post Scriptum: Rufus il 20 Maggio è diventato una stupenda farfalla.)
Cartolina #5
Tutto inizia ad andare così veloce da non riuscire a raccontarlo. Il tempo della vita galoppa al triplo della velocità rispetto a quello della storia.
Arrivano altri cinetici, arrivano persone nuove con cui ci siamo solo sfiorati.
Mettiamo le mani nella creazione e scatta quella magia di intimità che ci permette di affidare il nostro corpo a questo corpo nuovo, di cui non conosco ancora bene l’odore. Quello che ci fa piangere dal ridere dopo cena e commuovere in teatro la mattina.
Con Gian Mattia, Marco Aurelio, Marta, Camilla, Adele, Stefano, Angelo e Carmine rimettiamo in scena OMUS / chiedi alla pelle di rispondere inventando nuovi organi, tracciando nuovi segni e nuovi nodi.
Stringo il corpo di Marta depositata dopo essere stata sospesa dalle corde.
Faccio da cavia mentre Gian Mattia mi lega.
Affondo negli occhi di Marco Aurelio che si trasforma in un San Sebastiano.
Danziamo per le palpebre chiuse degli altri, vivendo di mistero.
La mattina in cui stiamo in silenzio la nostra attenzione è come la gravità… è un campo magnetico tangibile che si sposta.
Incontriamo gli operatori internazionali del Progetto Europeo EU RURAL-ART.
Giochiamo assieme. Mentre improvvisano, non riesco a trattenere il sorriso per la bellezza.
Ci facciamo cogliere da Randomness* improvvise al buffet.
Mi trasformano in un oracolo che risponde solo sì o no.
Mi toccano le mani sempre gelide e continuano a coprirmi nel timore abbia freddo. E così, immobile e sudata ad occhi chiusi, ascolto le domande delle persone che erano a vedere lo spettacolo.
Non so chi sono, che faccia hanno, ma conosco i loro segreti.
Dubbi esistenziali, tantissimi dilemmi amorosi, incertezza lavorativa…
Poi tocca a Stefano svenire e lo portiamo nel bosco, ma le risate ci tolgono tutte le forze. Carmine si risveglia cantando a squarciagola “Il Mondo” di Jimmy Fontana davanti al panorama dei nostri corpi seminudi orchestrati per l’apertura degli occhi del suo corpo semimorto.
Troviamo Angelo dopo tantissimo tempo a terra nel corridoio del teatro. Misuriamo quell’attesa dal diametro della bava sparsa al suolo (ottimi detective). Infieriamo riempiendolo di codini.
Marco Aurelio viene messo nella fontana.
Gian Mattia sviene in mezzo agli operatori internazionali. Nessuno fa una piega.
Noi sosteniamo i nostri azzardi performativi con la perfetta mescola di rigore e divertimento.
Rufus cresce esponenzialmente ogni giorno e io ho la certezza che questi giorni e questi incontri portino un segno indelebile, qualcosa che potrei chiamare inizio.
Lascio la parola ad altri occhi.
Queste sono le cartoline di alcune delle persone che hanno partecipato, attraversato, nutrito la residenza di Aprile. Le conservo e le condivido come preziosi.
Cara e cari,
vi scrivo per ringraziarvi con un grazie che salta. Un grazie cinetico e spettinato che si arrampica tra le querce e l’edera.
Incredibile quel Teatro Dimora! Nonostante la forma insolita, si insinua nella natura con grazia clandestina. In punta di piedi, come un culo nero a un carnevale colorato, o un coleottero tra le foglie secche.
Lì dentro, tra un’asana e un respiro, ci siamo sentite in un privilegio senza spigoli, e luminoso.
Vi abbiamo consegnato un bruco di macaone che si trasformerà da cacchetta di uccello a califfo verde, vestito con un pigiama a righe e pois, con delle false zampe irresistibili, ipnotiche. Sappiamo che sarà in grado di meravigliarvi, perché siete persone speciali, di quelle lì, rare, che sanno scorgere il prodigio dove il resto del mondo non vede molto.
Il piccolo Rufus si cambia d’abito continuamente, crescerà 30.000 volte il suo peso iniziale e, nel suo archivio segreto, dentro i dischi immaginali, ha già depositato il progetto del volo. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di imitarlo, anche se ci mancano un po’ di ali e qualche zampa.
In questi giorni, a casa nostra, il Destino ha deciso di fare il bullo, versandoci merda d’uccello in testa. Tra un nonno che ha salutato per l’ultima volta, mia mamma che balla un tip-tap spericolato sul cornicione del tempo e il povero cane Falcor, il nostro fortunadrago, che si porta dentro un errore indesiderato e inamovibile… L’aria si era fatta densa e indigesta, come un minestrone di ghisa.
Ma ecco il trucco, la magia, una metamorfosi nelle emozioni: pratiche come la vostra sono la nostra crisalide a protezione. Ci aiutano a dare una spallata al grigio e a fabbricare ricordi che restano appiccicati al corazón.
Grazie per averci fatto sentire leggere come un’espirazione riuscita bene, di quelle che svuotano i polmoni e riempiono i pensieri.
Con gratitudine e qualche brivido di gioia,
Mariachiara (partecipante alle Sudate Alchemiche)
Ci ha accolte la nebbia che non permetteva alla vallata di farsi guardare. Così la mia memoria non è stata risvegliata dalla vista offuscata di latte, bensì dall’aria sulla mia pelle. Era molto diversa dall’aria che ho vissuto a Mondaino l’ultima volta che ci sono stata, più fredda; è stato questo scarto a riportarmi in quei momenti di caldo e di sudore di giugno.
Ho gli occhi chiusi e sento le voci di altri esemplari che urlano “è pronto da mangiare”, sento le cicale e un poco di vento che ci sfiora i pensieri.
Ritorno all’adesso e sento lo stesso vento più freddo, che lo stesso mi accarezza nel profondo.
La nebbia si apre e ci mostra il teatro, quel teatro che è stato casa, e lo è ancora. Sul palco ho rivisto tutte le nostre danze, ho risentito tutti i nostri respiri affannati e gli abbracci, come se li stessi vivendo per la prima volta con il pensiero.
La pratica cinetica inizia in questo spazio che ci ha visti bruchi, e io ritorno come una larva portandomi però dietro tutto il resto.
Alice Ada (“esemplare” adolescente del progetto <age>, partecipante alle Sudate Alchemiche)
Diario di Adele Verri
martedì 14 aprile 2026, ore 8.38, foresteria – letto a castello, piano alto
La giornata di ieri è iniziata con la fine di uno scherzo ed è finita ridendo talmente tanto da stare quasi male.
Quanto adoro le risate cinetiche.
Nel mezzo sono stata una cistifellea al 92%. Mi avevano detto di non superare l’80%, ma non sarei sopravvissuta molto. Ho richiamato istinti su cui era caduta un po’ di polvere, ma è stato più facile del previsto.
Le nostre metamorfosi spono state accompagnate da quelle di un bruchetto, Rufus, che ci osservava dal tavolo della regia.
Sento il mio essere stata cistifellea in tutti i punti del meridiano. Chissà se anche per gli altri è così.
[Credo che da oggi “lanciare caccole” diventerà una nuova carta di Cards against humanity]
Le mie fughe a Mondaino sono sempre immerse in uno strano tempo. Già la mattina dopo essere arrivata non sapevo più che giorno fosse, ora mi sembra di essere qui da sempre, e che il bosco custodisca una parte della mia crescita come fa con quella di molti altri cinetici. Anche se, per ora, non ho avuto molto contatto diretto con lui, il bosco. Bisognerà rimediare.
La giornata di oggi è iniziata con Giamma che mi freeza con il campanellino per rubarmi un biscotto. Vediamo se riesco a vendicarmi prima di partire.
Diario di Gian Mattia Baldan
venerdì 17 aprile 2026, ore 01:54, foresteria – letto a castello, piano alto
Non focalizzo se sono arrivato qui poche ore fa o da più di qualche settimana, mi sembra di conoscere queste persone e questo spazio da lungo tempo. Eppure, se ci penso bene, tutto è iniziato giusto qualche giorno fa.
Arrivo a sera che ciò che ho vissuto la mattina stessa mi sembra lontano almeno un paio di notti.
Il tempo è in torsione, si ferma, si dilata, corre velocissimo.
Che i Cinetici possano cambiare altre regole, oltre a quelle dei giochi da tavolo?
Diario di Marta Vergani
venerdì 17 aprile, ore 9.00 circa, piastrellato esterno del teatro
Esercizio silenzioso, rifletto sulla pratica di ieri (legatura Omus)
Il vuoto di ieri trascina con sé le cose che non ci sono più. Il vuoto domanda di essere riempito.
Insieme alla doccia piango anch’io, pura forma di disostruzione, risciacquo delle viscere, appendimento di organi.
Qualsiasi cosa fosse, occupava un luogo all’estremità, l’una agli antipodi dell’altra.
Fisicamente un vuoto tra lo spazio delle anche e non sa di cosa ha appetito.
La mia non volontà era la volontà altrui e la loro decisione, in un tacito accordo di comune affidamento.
In un’azione condivisa, tripartita, abitante luoghi diversi.
Azzardo l’ipotesi che qualsiasi mano sarebbe stata uguale ma probabilmente non è così.
In quel momento, semplicemente mi sarei affidata (C., G., siete Preziosi).
E ora ho un nuovo stomaco.
Un nuovo appartamento interno oggi, dall’interno mi muove.
(grazie per il tramonto e tutte le cose a cui assomiglia)
Diario di Stefano Sardi
lunedì 20 Aprile 2026, ore 14:39, giardino di casa – Sabbioncello San Vittore
Se dovessi condensare i ricordi più belli della mia vita artistica, la maggior parte esistono grazie a CollettivO CineticO.
Qui all’Arboreto in particolare, sin dalle prime produzioni di una decina di anni fa ad oggi, luogo di grande ispirazione e fecondità.
Vorrei tornarci e ritornarci ancora e ancora!
Un teatro abbracciato dal bosco dove lo spazio per i pensieri sembra senza fine.
Qui ho imparato a stare in scena.
Grazie.
Diario di Marco Aurelio Di Giorgio
lunedì 20 aprile, Bar Fratelli Romano – Bolognina
Siedo con un caffè. Le oscillazioni del mio benessere sono una topografia della vegetazione cittadina.
Ad occhi chiusi, sento ancora il pavimento nero azzurrino del teatro dimora, Angelo, Carmine, Gian Mattia, Stefano, Marta, le mie palpebre, la voce delicata e giocosa di Francesca.
Il tempo è piacevolmente distorto. Ritornano la pietra chiara e gli ulivi intorno all’Acropoli di Atene, le pareti delle Dolomiti con le loro vene e arterie.
Sono pieno di voi e vi ringrazio tutti.
Diario di Teodora Grano
martedì 21 aprile 2026, ore 22.05, seduta in cucina – Ferrara
Notturno di Chopin n.12
Sono tornata a casa. Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho cucinato e pulito la cucina. Ho mandato una lavatrice e ritirato quella lasciata prima di partire.
Una foto di noi, una foto di noi brutta nella cucina, diventa una foto di noi su una passerella di Gucci, in una sfilata di Balenciaga, a uno shooting di Maison Margiela, diventiamo ginnasti di inizio secolo scorso, cheerleader negli anni 60, whitetrash nel Kentucky, attivisti milanesi nel 1974, Gorgoni, sirene, lottatori di sumo.
Le nostre facce ci somigliano molto ma in modo molto strano. Come delle versioni di noi leggermente diverse. Quella che somiglia a me, in realtà somiglia a mia madre.
Mescolate alle facce che conosco facce che ho conosciuto per la prima volta, facce che ho visto a intermittenza, facce che sono certa che non vedrò mai più.
Quale è la statistica che decide quale faccia sconosciuta diventerà una faccia familiare, una faccia che avrò desiderio di vedere sempre? Quale segmento del destino decide quale faccia potrò vedere sempre?
Infilati nelle pieghe del viso, i nostri segreti, segreti che confessiamo solo anni dopo, quando non ha più importanza o quando è finalmente possibile gestirne almeno un poco la loro vitale importanza.
“Guarda, quello è un temporale che arriva”. Ma non arriva nessun temporale.
Un uomo con una testa di cavallo segna un muro con una pietra, fa cadere l’intonaco da una casa abbandonata, scatena il panico di un formicaio che viveva sotto l’intonaco. Nessuna casa viene mai abbandonata.
Vedo il futuro, come un lampo, quando questo teatro non esisterà più, quando tornerà ad essere un bosco, le travi mangiate dalla vegetazione, quando non ci sarà più il tetto come la chiglia di una nave rovesciata, e una ragazza come me, o forse per niente come me, forse nient’affatto una ragazza, forse una volpe o un extraterrestre, andrà a esplorare questo rudere abbandonato e immaginerà le vite passate delle persone qui, ipotizzando indagini, cercando di trovare indizi, fiutando qualcosa.
Le nostre danze che non lasceranno indizi, le nostre danze che infesteranno il futuro. Un futuro lontanissimo. In cui Francesca fa quel salto che mi piace, e quel salto si ripete all’infinito.
C’è uno strano sospiro nell’aria, una luce bella, bella e spaventosa, come un bosco visto per l’ultima volta quando ancora non lo sai che è l’ultima.
Alcune parole attorno a un arcano maggiore: drained, alloro deteriorato e smangiucchiato, funny and proudly naked, presagio, Queen of the kitchen, sottosopra, fertile.
“Cercate una retina per Rufus”. Rufus è un bruco. Cresce del 300%. Nei prossimi giorni verrà trasferito in una pianta di Ruta. Tra un po’ diventerà crisalide. Io non riesco a immaginare quanto possa essere psichedelica la sua metamorfosi. Odio i cambiamenti. Vorrei che nulla cambiasse. Tassidemizzare tutto. Quando ero bambina la mia migliore amica trovò nella mia stanza dei gessetti, ancora impacchettati, li avevamo presi insieme qualche anno prima. Lei aveva usato i suoi. Io avevo conservato perfettamente i miei.
“La mummificatrice” disse.
Als das Kind Kind war,
…
und jetzt immer noch.
« Il cammino dei Custodi delle Residenze 2026 ha inizio! SENTIERI: diario aperto tra bosco e corpo – capitolo 5: tutto il mondo attorno, tutto il mondo dentro »














