D.E.A. | Dimora di Esposizioni d’Arte

on April 1 | in Long-standing projects | by | with No Comments

Il Teatro si fa Dimora delle arti visive e si apre a nuovi sguardi d’autore. In accordo con il nostro essere, la storia sia ambientale sia culturale che caratterizza L’arboreto come un ecosistema che accoglie in armonia un insieme di relazioni, di rapporti tra più discipline come succede per le tante e diverse specie arboree, abbiamo dato vita a un nuovo progetto.

Crediamo che l’organizzazione e la promozione delle attività culturali siano strumenti chiave per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio culturale disponibile sul territorio, e non solo. Crediamo che il desiderio di conoscere sé stessi come singoli ma anche come parte di un progetto civile e storico e culturale che ci rende comuni debba accompagnare anche la nostra visione di laboratorio che si apre a molteplici esperienze di visioni. Crediamo anche che, in un’epoca come la nostra fortemente segnata dalla necessità di momenti di aggregazione e incontro sociali sia necessario sempre di più creare dei luoghi di comunità.

D.E.A. e il Teatro Dimora saranno quel luogo di incontro, una galleria d’arte temporanea che nasce con lo scopo di aprire un dialogo fra il territorio e il teatro.

D.E.A. è l’acronimo per Dimora di Esposizioni d’Arte. Con l’intento di creare un circuito di relazioni e scambi tra artisti visivi e artisti in residenza il foyer diventa palcoscenico degli immaginari attraversati dagli artisti. Ad abitare temporaneamente lo spazio che limita la scena saranno le opere di artisti che hanno scelto il nostro territorio e le zone limitrofe come habitat di vita. Il Teatro Dimora e le loro opere accompagneranno gli spettatori, e tutti i nomadi del teatro, durante le aperture pubbliche delle residenze. Ogni esposizione durerà alcuni mesi.

Ad inaugurare lo spazio è stata allestita la mostra di Phelan Black, artista che da anni affianca e sostiene il progetto culturale del Teatro Dimora l’Arboreto.

Phelan Black è un artista inglese che vive a Mondaino da oltre trent’anni. Nei suoi dipinti il passato e il presente si intrecciano, si aggrovigliano, si intrappolano. Nei sui oli ritrae spesso un paesaggio incontaminato con colori materici chedanno profondità alle immagini e fanno risaltare subito la chiara traccia lasciata dal pennello. È come se, mani di colore si fossero stratificate dopo un lungo e attento lavoro dell’artista alla ricerca della cromatura perfetta. In scenari naturali al limite del primordiale, dove è l’acqua a dominare, sono incastonate da una parte una natura selvaggia dall’altra due figure di donne riprese in primissimo piano che come ninfe si confondono con il paesaggio diventando quasi un corpo unico. Un forte impulso erotico vibra in questi quadri. La mascolinità si cela tra le pieghe delle rocce, la femminilità si esibisce con tutta la sua forza seducente. Silenzio e visioni misteriose. Il sesso e la natura. La femminilità e la storia. Sono i soggetti principali di questi universi sospesi tra sogno e realtà. A questo immaginario figurativo si affiancano altri luoghi interiori, dove il mito e la storia collassano in una visionarietà permeata dalla contemporaneità. La danza diventa uno dei motivi principali. Delle vere e proprie coreografie di corpi mettono in moto la staticità del supporto figurativo generando un fluire impercettibile che oltrepassa il quadro. Il reale, il ritrovamento di una statua in bronzo da parte di pescatori, e l’immaginario, una figura luccicante, si uniscono generando una danza tra cielo e terra. Una pattinatrice su ghiaccio, vestita a festa, si unisce ad un satiro danzante di Mazara del Vallo. Lui luccica, lei abbaglia. Insieme brillano. Poi di nuovo il reale, l’iconografia classica proveniente dai vasellami di età greco-romana si riattualizza attraverso una danza odierna. Le figure eroiche e leggendarie, che hanno popolato anfore e cratere vengono riprodotte attraverso l’immaginario della break dance. Sono danzatori muscolosi che vagano in un moto imponderabile. A chiudere l’immagine che dà volto alla mostra, una sorta di spaventapasseri marino che attraversa, ricoperto di stracci e aquiloni, le spiagge assolate dell’adriatico a ricordarci che il mare non bagna solo Rimini.

Phelan Black è nato nel 1948 a Braintree, Essex, Inghilterra. Ha frequentato l’Art School a Eastbourne e la City & Guilds Art School a Londra. Ha lavorato come scultore a Londra e come assistente di Patrick Proctor. Dal 1974 al 1977 ha insegnato alla First London Free School. Dal 1986 risiede in Italia. Ha esposto e continua ad esporre periodicamente in Inghilterra e in Italia in mostre personali e collettive.

www.phelanblack.com

https://www.facebook.com/phelanblack/

 

Comments are closed.

« »

Gli uomini sono strade...